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AMERICAN APPAREL

16 febbraio 2015
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American Apparel ha cambiato amministratore delegato, il precedente è stato cacciato perché accusato, giustamente, d’essere un poco di buono, oltre che di fare scelte comunicative rischiose, portando sempre il marchio sul bordo, alle volte superandolo, ad esempio con la campagna “Made In Bangladesh” obbiettivamente assai discutibile. La verità è che l’azienda è al limite del fallimento, 100 milioni persi solo l’ultimo anno, il “Made in Usa” non paga e nessuno come gli italiani può capirne il perché.

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Il nuovo amministratore delegato ha dichiarato, testualmente, di voler “abbassare i toni” e “restare dentro i limiti”. Detta così sembrerebbe tutto buono e giusto. Troppo.
‪#‎AmericanApparel‬ non è mai stato solo un brand d’abbigliamento, quell’attitudine dello stare sul bordo del consentito, il veicolare nelle sue campagne la morbosità più o meno latente della ragazza della porta accanto, il prurito della liceale, la malizia accennata della commessa di un negozio di liquori, in una parola il desiderio e la sessualità mal celati della ragazza normale, ne ha fatto un punto di riferimento estetico ed un marchio che oltre a creare vestiti creava la gente che li indossava, una cosa che possono dire d’aver fatto pochissimi marchi.
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Il SESSO, questa cosa che facciamo tutti, che quando non la facciamo non vediamo l’ora di farla, tutti, ma che non sia mai si sappia, per carità, e se solo lo si esibisce allora c’è puzza di sfruttamento, di mercificazione, di razzismo che tanto un po’ di razzismo dove lo metti sta, vuoi mai non ci sia un po’ di razzismo? Ed allora si diventa ciechi e si perde di vista la bellezza di una delle forme più interessanti di estetica pop degli anni 90, la bellezza lontana dalle passerelle, di tutti i colori e tipi, una sensualità tra l’esibito ed il velato, l’eccitazione del soggetto e quella moltiplicata dell’osservatore. Forse sono io che non capisco, forse una foto di una ragazza arrapata in lingerie non rappresenta la bellezza del mondo ma inneggia allo stupro e mercifica la donna, forse il cieco sono io ed essendo cieco nell’ “abbassare i toni” e “restare dentro i limiti” ci vedo solo grigiore, mediocrità, mancanza di identità, la noia dell’accettabile, del politicamente corretto, del buono per tutti.
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La prima campagna pubblicitaria del nuovo corso di American Apparel ha per protagonista Brendan Jordan, il ragazzino gay divenuto star di Youtube ostentando la sua omosessualità, a proposito di mercificazione…più pelo, meno ideologie e più orgasmi per tutti.

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