MEGANAI | GEORGIA | Georgia
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GEORGIA | Georgia

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Georgia Barnes è una che non ti spiaccica un sorriso nemmeno se le regali un adorabile animaletto, anche perché quando aveva 11 anni le hanno regalato un criceto e lei lo ha chiamato Missy Eliott. C’ha la faccia della tipa che al liceo stava sempre per i fatti suoi e, siccome vestiva oversize e non sorrideva mai, non se la filava nessuno ma è probabile che a lei non importasse più di tanto, anche perché non aveva tempo, doveva giocare a calcio ma non con gli zaini al posto delle porte in qualche parchetto di Londra, no, con la maglia dell’Arsenal (ed anche quella del QPR ma a chi vuoi che freghi qualcosa del QPR), tra l’altro tifando segretamente per il Manchester United una cosa che a North London non è che ti va tanto di sbandierare ai quattro venti. Da piccola però non dava solo calci al pallone anzi ha probabilmente iniziato prima a premere pulsantoni sulle drum machine, non perché fosse particolarmente dotata o precoce ma perché giravano per casa, perché Georgia di cognome fa Barnes in quanto è la figlia di Neil Barnes, quello dei Leftfield. Da lui ha probabilmente ereditato una discreta fissazioni per i ritmi africani e le sonorità esotiche che come nel caso del padre restano un umore più che una vera influenza.

 

Già perché inevitabilmente la buontempona Georgia ha mollato il calcio e s’è data alla musica, anche perché se il primo tuo lavoretto dopo il diploma è fare la commessa da Rough Trade che tu ci riesca a campare o meno la musica sarà una costante per te più o meno per sempre. Ha iniziato a creare qualcosina e quel qualcosa è finito sotto le voce delle prime uscite di Kwes e Kate Tempest, insomma ci siamo capiti, Georgia sta nel giro giusto, quello della Londra urbana post grime e post dubstep che sta partorendo vagonate di roba fighissima tra il pop e la suburbia, tra il mainstream e l’underground, le radio e il dancefloor, tutta quella roba pazzesca che passa Rinse FM e anche BEATS 1 di Apple Music visto che ci lavora Julie Adenuga che è un po’ lo spacciatore mediatico numero 1 per questa roba qua.

Ora noi si potrebbe star qui a cantare le lodi di questo disco che è un po’ la più grossa botta di pop elettronico, al femminile e non, uscita dall’Inghliterra più o meno da quella mina che fu l’esordio di Emika e di come per certi versi sia pure superiore, perché più corposo, sfaccettato e deflagrante di quello lì, però i confronti sono una noia, quindi no, fate finta che non ve l’ho scritto. Georgia c’ha solo 21 anni e dentro questa roba che ha tirato fuori c’è praticamente compressa e ficcata a forza, un po’ come quando si fa la valigia e si è in ritardo, tutto il coacervo di suoni che deve esser stata la Londra degli anni 10, che a sua volta era un precipitato in crash delle robe dei 90, e che come detto vive oggi una maturazione ed un fiorire di eccellenza da ogni angolo di un qualunque localaccio. Quando la apri quella valigia la roba ti rispunta tutta in faccia e ti devi anche scansare per non farti prendere in pieno da una scarpa. Ecco, Georgia compone ritmi più o meno cercando di creare quell’effetto e nel video che sta qui sopra lo spiega e si capisce un gran bene.  Questa ragazzotta però ogni tanto oltre a scheggiarti la faccia ti accarezza anche e lo fa con una dolcezza non comune facendoti quasi dimenticare che 30 secondi prima t’ha dato un cazzotto. Gran disco, gran tipa, se a 20 anni fa questa roba c’è da stare in campana per gli anni a venire.
LO STREAMING DEL DISCO:

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26 agosto 2015
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