MEGANAI | KAMASI WASHINGTON tra immobilismo e progressismo afro
MEGANAI

KAMASI WASHINGTON tra immobilismo e progressismo afro

by NICOLA ALTIERI

Lancio una piccola e probabilmente sterile provocazione musicologica ed intellettualoide, che nessuno coglierà. Il disco è straordinario, opera collettiva ma coesa come poche e capace di inglobare con lievi sfumature anime diverse del fare jazz. Ho anche l’impressione che sarà un disco di cui si parlerà molto, non solo nel sottobosco degli appassionati, perché c’è un ritorno fieramente e furiosamente “Afro” in certa musica black contemporanea e questo disco può esserne l’emanazione se vogliamo più radicale. Al tempo stesso però forse anche autoreferenziale perché proprio in virtù di questo ritorno c’è oggi l’opportunità forse irrinunciabile di far fare un salto pienamente contemporaneo alla black music. Dopo Black Messiah di D’Angelo, You ‘Re Dead di Flying Lotus e To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar e con sullo sfondo l’afrofuturismo di Shabazz Palaces e le pulsioni ritmiche tra passato e futuro di Theo Parrish e Moodymann, non sarebbe più stimolante ed eccitante da parte di musicisti così in gamba, e così inseriti in contesti e connessioni eclettiche e variegate, cercare una reale sintesi tra passato e presente, tentando di creare qualcosa di realmente contemporaneo quando non addirittura futuribile? Piuttosto che adagiarsi con assoluta classe e vigore ma anche un po’ di maniera su certi stilemi consolidati e passati? Qualcosa che ad esempio possa avere lo spirito anche ludico e di pancia che ha il disco di Makaya McCraven, che partendo da un dna essenzialmente lounge, smontato e rimontato, si trasforma e decontestualizza in altro, intelligente ma anche appassionato e diretto e naturalmente multiforme. O qualcosa capace di inglobare con criterio tutto ed il contrario di tutto in totale libertà come il progetto “The Light Years Of The Darkness” del collettivo emanative.
In ogni caso Dio benedica certi dischi. The beat goes on & on & on…

 

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8 maggio 2015
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