MEGANAI | MACBETH | Justin Kurtzel
MEGANAI

MACBETH | Justin Kurtzel

by NICOLA ALTIERI

macbeth justin kurtzel

Sono assai combattuto.
Credo di non esser stato così combattuto nelle riflessioni post visione dai tempi di “Zero Dark Thirty” della Bigelow.

 

A me sembra che in questo ambizioso adattamento shakespeariano ci sia un problema di fondo, quasi un concetto a monte, un’idea di approcciarsi alla materia che è coraggiosa e complessa ma non perfettamente a fuoco.
Questa è un opera in cui la messinscena gioca un ruolo determinante, appare piuttosto evidente come l’attenzione sia stata riposta in maniera spasmodica sul creare una sorta di “epica estetizzante”, la quale generalmente incontra il mio assoluto favore. Il problema è che questo tipo di epica dell’immagine trova compiutezza soprattutto in un narrare o meditare per immagini, il che non vuol per forza dire uccidere la narrativa o fare un cinema contemplativo ma certo l’equilibrio tra parola e immagine assume un ruolo decisivo ed anche i silenzi diventano importanti.

macbeth justin kurtzel

Qui si è deciso di rivolgersi in maniera rigorosa al verbo shakespeariano, pur con molteplici libertà, alcune delle quali discutibili e poco convincenti ma non è questo il punto, il rigore è invece indiscutibile ed è senz’altro affascinante, di verbo shakespeariano parliamo infatti, qualcosa cioè che in quanto tale si impone, si erge a protagonista assoluto, totalizzante, esattamente ciò che l’epica visiva vorrebbe o dovrebbe essere, riuscendoci anche per larghi tratti, pur cedendo qui e lì a dell’accademia un po’ sterile (eccesso di slow motion, color correction un po’ troppo spinta sul finale ed altre cose tutto sommato anche perdonabili)
Si viene in definitiva a creare una sorta di conflitto e disequilibrio tra l’evidente lirismo visivo ed il connaturato lirismo verbale. Quasi andassero ognuno per una propria strada, strada che presa singolarmente offre un bell’andare ma che non giunge mai all’incrocio necessario.

macbeth justin kurtzel

Si tratta probabilmente di una riflessione critica molto personale, dettata forse dalle aspettative alte che nutro verso il lavoro fotografico di Adam Arkapaw, che qui è, pur non accreditato, anche operatore di macchina oltre che direttore della fotografia, e capisco che l’equilibrio tra lirismi che pretendo è una richiesta forse eccessiva e che di autori viventi in grado di affrontare una cosa del genere non so quanti effettivamente ve ne siano (basta vedere cosa è o più propriamente NON è The Revenant di Inarritu).

macbeth justin kurtzel

Ci sarebbero poi anche questioni di natura narrativa su come sia stato delittuoso mettere in disparte il personaggio di Lady Macbeth, anche considerando d’avere una così brava attrice e per di più così ben calata nel ruolo, soprattutto se ciò è servito a porre al centro un Fassy a cui si vuol bene, bravo spesso ma che qui non m’è sembrato particolarmente nei panni, intravvedendo nei suoi sguardi e nei suoi sogghigni più la follia amletica che la bramosia macbethiana, non un cattivo Macbeth ma neanche indimenticabile. Piuttosto sprecato il resto dell’eccellente cast, relegato nell’ombra e nelle nebbie, queste sì le vere trionfatrici del film.
Ad ogni modo benvenute opere che offrono così tanti spunti di pur combattuta riflessione.

 

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9 gennaio 2016
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