MEGANAI | MEGANAI HEAVY ROTATION 2015 | Dischi di cuore, pancia e cervello
MEGANAI

MEGANAI HEAVY ROTATION 2015 | Dischi di cuore, pancia e cervello

 

by NICOLA ALTIERI

Questa non è una classifica ma una lista. Una lista dei dischi girati a rotazione folle nelle mie orecchie durante l’anno, nessuna distinzione o classificazione di merito, divisi solo tra: quelli che mi hanno trafitto il cuore e bruciato i neuroni, quelli che m’hanno lasciato malconcio ma vivo al termine degli ascolti e quelli che ho saputo gestire anche se a fatica, perché l’anno si è comunque concluso con tre diffusori acustici sfondati, due cuffie buttate ed una in stato comatoso.

 

Di seguito la lista completa, con link all’ascolto e futili chiacchiere per i dischi più amati. QUI la grafica in 4k.

 

 

DISCHI DEL CUORE

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AISHA DEVI – Of Matter And Spirit
Ne ho parlato QUI. Un innamoramento folgorante, pur non essendo in senso assoluto il disco più bello ascoltato quest’anno mi ci sono preso letteralmente la febbre, da quando è uscito ha monopolizzato i miei ascolti. Nulla di più vicino al concetto di ascolto a ciclo continuo, “over & over again…”. Trafitto in pieno.

 

AMNESIA SCANNER – Angels Rig Hook
Non è nemmeno un disco ma un singolo brano di 14 minuti, costruito in forma di una sorta di radio dramma sul ritrovamento di una pietra ancestrale che cela segreti, interferenze e mondi. La cosa più pazzesca ascoltata quest’anno. Ne ho parlato QUI.

 

ELYSIA CRAPTON – American Drift
Un ep di 4 tracce, le prime 2 neanche così memorabili, interessanti e poco più, poi il delirio. Lei è boliviana, completamente sciroccata, bruttina, con un gusto nel vestire ed estetico in generale da far vomitare, oltre ogni concezione possibile di kitsch. Lei è la cosa più nuova e disarmante sia data ascoltare in ambito di elettronica che picchietta sulla spalla del pop digitale.

 

ONEOHTRIX POINT NEVER – Garden Of Delete
Totalmente imprevedibile, libero, anarchico, sperimentazione al servizio del divertimento compositivo, dello sberleffo ludico. Un fuoriclasse assoluto.

 

MATANA ROBERTS – Coin Coin Chapter Three: River Run Thee
La più radicale e fondamentale musicista afroamericana vivente, l’unica vera artefice di una contemporaneità stringente che ingloba la storia ed il presente immaginando il futuro. Quello che dovrebbe essere il Jazz e non è più.

 

AHNNU – Perception
Lo ascolterei in loop da qui all’eternità in dormiveglia.

 

ANNABEL (LEE) – By The Sea…And Other Solitary Places
Un concept album  costruito intorno al poema “Annabel Lee” di Edgar Allan Poe, l’ultimo pubblicato prima della morte, avvenuta pochi mesi dopo. Ha un’aurea da suoni stridenti provenienti da fantasmi intrappolati in un grammofono rotto. Spettrale ed intenso.

 

NIDIA MINAJ – Danger
Una ragazzina portoghese trapiantata in Francia è l’unica vera Minaj. Kuduro come esile struttura di base, la tradizione portoghese sullo sfondo, la contemporaneità multirazziale come cassa e rullante. Uno dei dischi più genuini e sorprendenti dell’anno, colmo di ritmi irresistibili ed un respiro nel contempo metropolitano e tribale.

 

JLIN – Dark Energy
Quelli più addentro a certi tracciati dance lei la ricordavano, perché quando partiva il suo pezzo sulla compilation della Planet Mu dedicata al footwork di Chicago, saltavi giù dalla sedia. Nessuno però si poteva aspettare questo: il più bello, originale e vibrante disco variamente dance dell’anno. Casse glaciali e vibrazioni caldissime, ritmi sensuali e staffilate elettriche. Irresistibile.

 

THE SADDEST LANDSCAPE – Darkness Forgives
Lo metto su, inizio ad ascoltarlo, perché se esce un disco nuovo loro lo devi ascoltare, non sono un gruppo come tanti, no, assolutamente no, è lecito però farlo distrattamente, pensando che in fondo son vecchi, hanno fatto e dato tanto, forse troppo, della serie largo ai giovani, quelli delle Fiandre per esempio che spaccano tutto. Solo che ascoltarlo distrattamente è stato impossibile, anche volendo, perché parte a mille, corre spedito, accaldato, sudato, con una passione travolgente e soprattutto a squarciagola, tanto che dopo anni ho rimpianto di non avere il CD per poter consultare i testi ed impararli a memoria per poterli cantare. Avreste dovuto vedermi in auto mentre tornavo a casa, cantavo come un disperato, andando a a naso con le parole. Per un giorno non ho ascoltato altro, è stato in loop continuo credo non meno di 15 volte. Può sembrare assurdo ma nessuna musica mi commuove più dell’ hardcore, melodico o non melodico che sia, o come diavolo altro volete chiamarlo, metteteci anche il post o qualche altro suffisso se volete. Sarà perché mi ricorda di quel ragazzo che a 17 anni camminava a testa bassa e ascoltava il Wu Tang e poi iniziò ad ascoltare anche altro e poi altro e poi altro ancora.
Darkness Forgives è un disco da ascoltare a volume impossibile, correndo e cantando a squarciagola con le lacrime che scendono giù ed un sorriso stampato in faccia.

 

 

DISCHI BELLISSIMI

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RAFAEL ANTON IRISARRI – A fragile Geography
Il più bel disco ambient ascoltato negli ultimi anni. Lui era già un portento prima e la sua trilogia sui luoghi era già di per se interessante se non fosse che di recente ha perso tutto, gli han rubato qualunque cosa e così il capitolo conclusivo di quella trilogia è finito per concentrarsi su di un luogo indefinito dentro di noi. Quel che ne è venuto fuori è indescrivibile, è come se escano scie di energia dalle casse, come essere travolti da un’ ondata di emozioni avvolte da una placida rassegnazione mista a serenità e voglia di ripartire. Un capolavoro.

 

LIBEREZ – All Tense Now Lax
Ascoltarlo mi ha fatto lo stesso effetto del disco di Pharmakon dello scorso anno: una cosa che non conosci, non sai cosa aspettarti e che ti travolge e trasporta in un non luogo. Un luogo che qui ha una nevrosi neanche tanto latente e che d’improvviso stride e morde, ti culla e poi morde, credi d’esser salvo e poi inizia l’incubo. Una delle personali scoperte più preziose dell’anno.

 

FKA TWIGS – M3LL155X
E chi se lo scorda quel pomeriggio. Ho sperato ardentemente che si destasse da quel lieve torpore da nuova diva che l’industria prova ad ingabbiare e classificare e che aveva prodotto un disco bello ma lontano dal fervore degli esordi. Avevo avuto dei segnali di risveglio da alcune intervista in cui sembrava trapelare un certo velato malcontento personale, una frustrazione artistica di chi sente di dover sprigionare tutto in totale, assoluta e prorompente libertà. Poi sono arrivati quei video e quel che c’è sotto, esattamente quello che avrei voluto da lei. In Time è un brano programmatico come pochi dello stato di fusione globale in atto oggi nell’R’N’B, lo specchio di una attitudine priva di steccati e sovrastrutture, appoggiata solo alla propria inclinazione ed identità, personale ed artistica.

 

MUTAMASSIK – Symbols Follow
Mi ha sempre affascinato il concetto di soundclash, sono cresciuto con i Public Enemy, adoro M.I.A. ma soprattutto non mi stanco mai di cercare quelli che i fighi chiamano “Suoni Dal Mondo” (mamma mia che definizione imbecille, ma perché gli altri suoni da dove vengono? Bah…), di conseguenza l’idea che ci sia chi fonde tutto e lo manda in corto circuito genera la mia Cup Of Tea definitva. Ecco, Giulia Lolli che è italiana di origini egiziane ha partorito uno dei più genuini e stimolanti esempi di soundclash che abbia mai ascoltato, la sua musica sembra disegnare le tracce del mondo in divenire, il caos ed il disordine di culture lontane che provano a convivere riuscendoci a stento. Una fuoriclasse di cui andare orgogliosi.

 

PRURIENT – Frozen Niagara Falls
Prima o poi spero che faccia un disco brutto o che quanto meno si ripeta, permetta a qualcuno di dirgli che si è adagiato perché  fa quasi schifo per quanto ogni volta aggiunga un tassello diverso ed alzi l’asticella. Alla voce elettronica disturbante che sembra metal, o doom o death o quel che volete, fa a gara con Vessel e Haxan Cloack per il primato assoluto. Questo forse mi azzardo a dire che è il suo disco più bello ma tanto mi smentirà lui stesso fra qualche mese con un qualche nuovo progetto parallelo.

 

LOTIC – Heterocetera
Altro esponente della categoria: “uso l’elettronica per strapparti i lobi delle orecchie”. Con Vessel è il talento più puro emerso nell’elettronica disturbata ed è destinato a diventare un fuoriclasse. Lo avesse prodotto lui il disco di Bjork (che è una sua grande estimatrice) e non Arca

 

DONNIE TRUMPET $ THE SOCIAL EXPERIMENT – SURF
Un disco che è come quei drink in cui credi che ci siano troppi ingredienti, in cui pensi che ci siano troppi sapori differenti, i drink che ti fanno pensare che il bartender s’è montato la testa. Poi inizi a sorseggiarlo e persino la trama del ghiaccio tritato è perfetta, potresti distintamente separare i sapori eppure non lo fai perché è quel nuovo sapore che è venuto fuori che fa la differenza e ti stende. Finisci il drink e ti ha persino dissetato, stai preso bene ma sei lucido. Surf è la black music qui e ora, il disco più fresco ma coraggioso che sia dato ascoltare nel genere, ha vibrazioni afro ma con tutto quello che è venuto dopo e nel mezzo, ha una leggerezza contagiosa che te lo fa canticchiare, elettricità che te lo fa ballare e una ricchezza di suoni e atmosfere che te lo farà ricordare. Forse il punto di svolta definitivo di questo ritorno furiosamente afro in atto nella black music contemporanea, forse il primo vero tassello per una black music realmente contemporanea. Indispensabile.

 

SUNNS & JERUSALEM IN MY HEART – ST
Il miglior split album ascoltato in vita mia, che un prodigio del genere sia stato creato da due diverse entità è sconcertante, c’è solo il meglio dell’unione di due elementi e lo stridio delle differenze che emergono diventa peculiare e arricchisce. La visceralità elevata allo stato dell’arte, un magma di suono sbattutto in faccia che è corposo, tagliente e unitario nonostante sia frutto di unità così lontane e diverse.

 

VIET CONG – ST
Chitarre sferzanti e rotolanti

 

FATHER JOHN MISTY – I love You Honeybear
Una lunga e adorabile serenata, il più bel disco squisitamente pop ascoltato quest’anno.

 

VINCE STAMPLES – Summertime ’06
Il primo disco di hip-hop “nuovo”, quello che io chiamo 2.0, quello partorito da ragazzetti che passano più tempo sul web che in strada, che diventano personaggi su tumblr prima ancora che nelle jam (sempre che ci vadano alle jam), che abbia una reale dignità artistica. Questo disco è diverso. Attinge a piene mani dal cloud rap dominante, è innervato dalle cadenze trap che vanno per la maggiore ma ha un’anima oscura e cavernosa e soprattutto grande personalità nel tirar fuori un suono che è univoco ed identitario eppure sfaccettato. Non è un caso che in cabina di regia ci sia quel  NO I.D che proviene dagli anni 90 (è colui che ha lanciato Kanye West e Common) ma che ha saputo rinnovarsi come nessun altro, codificando nuovi approcci al suono hip-hop e mantenendo fedeltà alle origini pur sapendo flirtare con il mainstream, utilizzando vibrazioni elettrificate e battuta dance. In 3 brani c’è anche il Claim Casino più vario ed ispirato ascoltato di recente.

 

MAKAYA McCRAVEN – in The Moment
Jazz che partendo da un dna essenzialmente lounge, smontato e rimontato, si trasforma e decontestualizza in altro, musica suonata in un ristorante chic, tagliuzzata e riassemblata alla maniera del seminale Teo Macero produttore dei dischi elettrici di Miles Davis. Un suono che è colto, intelligente ma soprattutto di pancia, appassionato, diretto e naturalmente multiforme, con le cadenze funky e hip-hop che affiorano nell’attitudine di musicisti cresciuti nel contesto metropolitano e spesso di turno nei live set degli artisti contemporanei più in voga. Chicago oggi è la Chicago di sempre, un posto fervente, elettrizzante, in cui il suono nasce, si sviluppa e si evolve ed in cui il jazz non  sta in un angolo ma ne è il substrato.

 

TERRY RILEY – African Express presents: Terry Riley’s C in Mali
Il caposaldo della musica colta e minimale rimescolato e shakerato da musicisti del Mali. Una tradizione in mano ad un’ altra tradizione. Mondi opposti, lontani ma incredibilmente vicini. Uno di quei dischi che riconcilia con la bontà dell’umana esistenza.

 

JULIA HOLTER – Have You In My Wilderness
Ne ho scritto QUI. Il suo disco più accessibile, il suo disco più pop, l’ennesimo disco meraviglioso.

 

ANNA von HAUSSWOLFF – The Miraculous
Quest’anno sono usciti un bel po’ di dischi caratterizzati da voci femminili tra l’etereo e l’angelico ma affogate o filtrate da suoni oscuri ed opprimenti. Questo è forse il migliore di tutti, Perché vario nelle sonorità pur essendo assai coeso. Voce più sofferta e tremante che in altri casi (Chelsea Wolfe e Anamai su tutte)

 

JENNY HVAL – Apocalypse, girl
Io a lei voglio bene. Adoro il suo essere fuori dai canoni, sempre sul bordo del codificato, in perenne espressione di qualcosa di intenso e nervoso, che sia la sua femminilità, la sua sessualità o semplicemente rabbia e dolore. Mi stende il suo sterzare continuamente, provare sempre nuovi territori e forme espressive, il suo essere intellettuale ma anche carnale e viscerale. Le voglio bene e le ho facilmente perdonato qualche passaggio a vuoto, dischi sempre intensi e sorprendenti ma mai davvero indimenticabili, sempre con qualcosa in più oltre l’essenziale. Ora approda su Sacred Bones, una label che da 2 anni a questa parte ha un percorso di uscite discografiche che segue un encomiabile rigore nella ricerca, senza steccati di genere ma con un tratto distintivo e riconoscibile, persino esteticamente. A questo giro non c’è molto da perdonarle perché “Apocalypse, girl” è semplicemente un disco della Madonna, una Madonna puttana, non certo vergine ma Donna, dannatamente e splendidamente Donna.

 

LEILA ABDUL-RAUF – Insomnia
Ogni anno rimango sotto ad un disco che il buon David Toop definirebbe “Lago di suono”, quello di quest’anno si chiama Insomnia e credo spieghi tutto. Per fortuna però io dormo, non mentre lo ascolto però.

 

AMANI – Sallows
Se ne parlava qualche rigo più su. Vedere alla voce: “Droni silenziosi, suoni dal profondo, il ritmo delle viscere. Squarciati dalla delicatezza”

 

EARTHEATHER – RIP Chrysalis
Ovattata, psichedelica, onirica e francamente incantevole. A tratti sembra la migliore Soap & Skin due ottave sotto acido. Quest’anno ha fatto due dischi, uno meglio dell’altro ed anche piuttosto diversi, questo è il secondo e forse il più interessante.

 

NORBERTO LOBO & JOAO LOBO – Oba Loba 
Jazz sottocutaneo, silente, come un brivido lento ma diffuso, un tremolio di emozioni senza la forza per emergere. Una malinconia avvolgente e quasi rincuorante.

 

SLEATER KINNY – No Cities To Love
La più grande rock band al femminile della storia? Non lo so ma siam lì. Fare un disco del genere, incidentalmente uno dei migliori dischi rock’n’roll dell’anno, con una reunion a 10 anni dallo scioglimento e suonare come suonano loro senza avere un basso, non capita così spesso.

 

ARCA – Mutant
Ammetto d’esser stato un suo discreto fan fin dai primissimi mixtape e di aver amato, come un po’ tutti del resto, il suo EP con FKA Twigs. Il suo disco d’esordio, la collaborazione con Bjork e l’LP di FKA Twigs però non li ho amati affatto, apprezzati in alcune cose ma poco più. Questo invece è davvero molto bello, la sua cosa migliore dopo il suddetto EP con FKA Twigs. Artista in divenire costante, sofferto, travagliato, ancora piuttosto autoreferenziale e ridondante ma con una personalità spiccata. Speriamo solo non si faccia prendere da manie egocentriche come qui e lì traspare, e soprattutto controlli una certa bulimia creativa.

 

MIGUEL – Wild Heart
Miguel è una delle poche cose realmente di qualità presenti nel mainstream musicale americano. A certi livelli di popolarità e vendite non si sentiva un cantante R’N’B con suoni così sfaccettati e stratificati da anni. C’ha un magma di suono rotolante che avvinghia strati su strati, c’ha passato storico e contemporaneità digitale con una coerenza ed un equilibrio rari. C’ha una dignità artistica che lo mette tranquillamente a fianco di Frank Ocean ed il primo The Weeknd tra i cantanti R’N’B realmente significativi dell’ultimo decennio. Certo, Frank Ocean è meglio e sarebbe bene che ce lo ricordasse ma questo è un altro discorso.

 

GEORGIA – ST
Ne ho parlato QUI. Pulsioni elettroniche e canzoncine pop in cassa dritta. Una dolcissima mazzata nella schiena.

 

PEARSON SOUND – ST
Pieno di rumori di fondo, suoni stridenti e disturbanti, ha una sorta di geometria glaciale che lo guida, una (non)musica ossessiva che non concilia mai.

 

MUMDANCE – Proto
Musica fastidiosa, suoni che ti si infilano nelle orecchie con il chiaro intento di spaccarti i timpani, rasoiate di frequenze medie ed alte da accapponare la pelle ed un picchiettare martellante di casse a martello pneumatico.

 

COLIN STETSON & SARAH NEULD – Never Were The Way She Was
Non c’è nulla da fare, loro due passeranno sempre per essere “quelli degli Arcade Fire”, anche se Colin Stetson ha una sua dignità discografica notevolissima. Questa è la colonna sonora perfetta di un attraversamento di un bosco pieno di alberi rinsecchiti, uccelli scuri e cattivi presagi. Corde stridenti, armonie che si spezzano e brividi su tutto il corpo e anche dentro. Un capolavoro.

 

SUPREME TALENT SHOW – Dambe
La zona a sud del deserto del Sahara è forse uno dei luoghi musicalmente più fertili e vitali da che l’uomo ha iniziato a suonare qualcosa. Si sono praticamente inventati il blues, hanno praticamente inventato il concetto di percussione, se ne sono sostanzialmente sempre fregati di qualunque categoria e sono secoli che mischiano qualunque cosa gli arrivi all’orecchio, tanto che ad un certo punto sono arrivati anche a suonare salsa e rhumba alla loro maniera e quasi meglio dei cubani. In Mali c’è un gruppo di ragazzi che non c’ha un soldo e non ha mai avuto nessuno che gli insegnasse a suonare uno strumento, nonostante ciò vivono in baracche piene di djembe, balafon (una specie di xilofono) computer scassati e tastiere che è un miracolo anche solo che si accendano. Questi tipi rispetto ai loro antenati hanno una cosa in più: internet, da cui sniffano suoni, idee ed ispirazioni, oltre a qualcos’altro. Questi ragazzi organizzano dei party per le strade, tirano su dei sound system e fanno sostanzialmente un gran bordello. Il fatto è che il loro bordello c’ha una creatività ed un livello di personalità ed energia senza nessun tipo di freno e confine che certi musicisti impomatati e in giacca cravattati da questa parte del mondo ci costruirebbero intere carriere.
Niente cd, niente vinili, solo cassette. Strambissimi ed imprescindibili.

 

CUMMIE FLU – Z
Da qualche anno esisotono dei tracciati dance che in maniera assai efficace e coinvolgente si sono innervati di tribalismo e percussivitàfusa tra analogico e digitale. Dalle nostre parti abbiamo due esempi mirabili: Popoulos e Clap! Clap!. In Belgio c’è un ragazzo che su di uno spunto simile muove verso un suono più ancestrale e sciamanico, quasi un mantra, la colonna sonora di un rito solitario. Una vera rivelazione.

 

ARTISTI VARI – Remembering Mountains
Karen Dalton la conoscono in pochi, anche per motivi anagrafici e perché di fatto non è mai assurta alla fama che si sarebbe meritata, è un po’ uno di quei personaggi alla “A proposito di Davies” dei Fratelli Coen. Quelli giusti però la conoscono e soprattutto la conoscono un manipolo di artiste contemporanee la cui produzione è piena di influenze dalle opere della suddetta. Questo manipolo di artiste si è raccolto in questa compliation ed ha creato del materiale assolutamente inedito sulla base di alcuni quaderni contenenti appunti di Karen Dalton. Una di quelle operazioni lodevoli e stimolanti anche solo concettualmente, se non fosse che poi c’è anche il disco che è una mirabilia di intensità e delicatezza dove le migliori cantautrici contemporanee danno il meglio di loro tutte assieme. Un disco senza tempo.

 

 

DISCHI BELLI
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Chelsea Wolfe – Abyss
L’Orange – The Noght Took Us In Like Family
Natalie Prass – ST
Grimes – Art Angels
Sufja Stevens – Carrie & Lowell
Sun Kil Moon – Universal Themes
Ought – Sun Coming Down
Young Fathers – White Men Are Black Men Too
Titus Andronicus – The Most Lamentable Tragedy
Colleen – Captain of None
Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit
Jazmine Sullivan – Reality Show
Empress Of – Me
LoneLady – Hinterland
Shamir – Ratchet
Sleaford Mods – Key Markets
The Internet – Ego Death
Goodspeed You| Balck Emperor – Asunder, Sweet And Other Distress
Ryley Walker – Primrose Green
Phony Ppl – Yesterday’s Tomorrow
Dr.Yen Lo- Days With Dr.Yen Lo
Romare – Projections
Benjamine Clementine – At Least For Now
Everything Everything – Get to Heaven
Rae Sremmurd – Sremm Life
Sesanne Sundfor – Ten Love Songs
Algiers – ST
Archy Marshall – A New Place 2 Drown
Sannhet – Revisionist
Boduf Songs – Stench Of Exist
Disappears – Pre Language
Alessandro Cortini – Sonno
Alessadnro Cortini – Risveglio
Haiku Salut – Etch and Etch Deep
Boubacar Traore – Mbalimaou
Stealing Sheep – Not Real
Felix Laband – Deaf Safari
Shizune – Le Vojageur Imprudent
Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly
Squarepusher – Damogen Furies
Francesco Paura – Darkswing
Heroin In Tahiti – Sun And Violence
Hiuatus Kaiyote – Choose Your Weapon
Drake – If You Are Reading This It’s Too Late
Eartheater – Metalepsis
Frao – Till It’s ll Forgotten
Senyawa – Menjadi
Liturgy – The Ark Work
Thou & The Body – You, Whom I Have Always Hated + Released From Love
Jacober – The Grey Men
Cannibal Ox – Blade Of The Ronin
Pigs – Wronger
Jess Osborne-Lanthier (Noir), Robert Lippok – Timeline
MED, Blu & Madlib – Bad Neighbor
The Alchemist – Israeli Salad
L’orange & Kool Keith – Time? Astonishing!
Moon Duo – Shdow Of The Sun 
death’s dynamic shroud.wmv –  世界大戦OLYMPICS

 

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26 dicembre 2015
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