MEGANAI | MEGANAI HEAVY ROTATION 2016 | Dischi di sangue, sudore e sesso
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MEGANAI HEAVY ROTATION 2016 | Dischi di sangue, sudore e sesso

by NICOLA ALTIERI

Torno a scrivere su questo spazio dopo molti mesi. Il tempo libero ultimamente è quello che è, poco per fortuna, e quel poco è meglio passarlo ad ascoltare musica e vedere film, occasionalmente vedere gente. La prima cosa che scopro è che WordPress ha di nuovo deciso di togliere la formattazione “giustificata” e che devo reinserirla smanettando con l’HTML e nel farlo rifletto sempre di più su quanto io sia un disadattato che non capirà mai davvero un mondo allineato a destra, figuriamoci a sinistra. Se qualcuno mai se lo starà chiedendo: sì, lo si può reinserire anche tramite apposito plug-in ma i plug-in stanno alla compilazione web come l’autotune sta alla musica popolare contemporanea.
Questo cappello introduttivo è volutamente non “giustificato” per palesare l’evidente inadeguatezza della formattazione allineata.

 

Questi sono i dischi che hanno colorato i padiglioni delle mie cuffie austriache (uno dei migliori acquisti che abbia mai fatto) in un anno in cui mi sono appassionato ad una marea di musica bellissima perché il mondo più va a sfracelli e più inizia a suonare da Dio. Perciò bando alle ciance che già mi sono annoiato da solo e nessuno mi paga per scrivere, che poi nessuno paga la maggior parte della gente che scrive ma almeno loro possono atteggiarsi agli aperitivi per poter rimorchiare tipe o tipi che poi si pentiranno di aver conosciuto. Le tipe e i tipi di aver conosciuto chi scrive intendevo, scusate ma non scrivo da un po’, si nota.

 

Qualcosa sicuramente mi dimenticherò ma mi faccio guidare dal flusso, vado a sensazioni, umori e fili conduttori senza senso se non nella mia testa, perché l’organizzazione è noiosa ed il caos è sexy.

 

Prima di stilare questa lista ho missato, molto male, una serie di brani che hanno roteato parecchio nel mio stereo, piuttosto rappresentativi della tensione sonora che ha attraversato i miei ascolti.

 

 

 

Quest’anno mi sono preso tre volte una febbre musicale devastante, tutte e tre le volte mi ha steso a terra e mi ha lasciato inerme, sudato ed eccitato. La prima febbre si chiama GQOM!

 

AA.VV – GQOM OH! The Sound Of Durban

 

Ne ho scritto diffusamente QUI. Quando ascolto un suono nuovo che ha la sua essenza in suoni vecchi ma si proietta in avanti in una maniera istintiva, per nulla progettata e con una vitalità e nevrosi incontrollabile, io vado fuori di testa. Il Gqom mi è arrivato in faccia come uno schiaffo che ti lascia il segno più nel cuore che in viso. Se Nan Kolè viene a suonare dalle vostre parti andatelo a sentire, pochi set oggi vi sconquassano come il suo.

 

 

La seconda febbre me l’ha procurata un collettivo che in realtà non esiste perché è fatto da personaggi che vivono in alcuni casi a migliaia di chilometri l’uno dall’altro, gente che non si sente a casa da nessuna parte, che ha una etnia sulla pelle per DNA ma è cresciuta culturalmente con le imposizioni di un’altra ed è disadattata, non accettata e dislocata a prescindere da dove si trovi. Gente la cui collocazione sessuale, religiosa e politica è talmente sfumata o non presente da essersi radicalizzata in una forma di anarchia che è rivendicazione di fiera identità e riappropriazione di libertà e controllo su se stessi. A stare a sentire il boss di questo collettivo, che però si imbestialisce se lo chiamano capo e che in realtà si imbestialisce di continuo per qualunque motivo, uno potrebbe anche derubricare questa gente come dei fomentati fuori di testa con derive da socialismo terzomondista 2.0 e ad ascoltare la produzione musicale del tizio in questione, che si fa chiamare Chino Amobi, uno potrebbe anche soprassedere ed andare oltre perché nonostante possieda delle doti di coordinamento e sincronia planetaria non comuni, in quanto a ispirazione musicale è tutt’altro che trascendentale. Quelli che però raduna intorno a sé sono tra i talenti più puri e inclassificabili emersi dai panorami metropolitani di mezzo mondo, talenti che spesso si sommano uno sull’altro dando vita a quella che nell’ultimo anno è stata tra le etichette musicali più ferventi del globo. Questa febbre si chiama NON Worldwide.

 

Non Worldwide

 

Nel loro caso gli album classicamente intesi sono dei puri orpelli da secolo passato, tanto che i due nomi più interessanti, Nkisi e Mhysa, non hanno praticamente nulla di pubblicato se non scapoli di brani e accenni di Ep attaccati con lo sputo e per di più il meglio di loro sembrano darlo per una cantante di nome Embaci che ti da come la sensazione di essere una Bjork con una sindrome bipolare in cui diventa Aaliyah mentre raccoglie la spazzatura di un party fatto a casa sua e finito male. Un disco di riferimento però c’è perché dentro ci sono più o meno tutti, specchio fedele di questo incastro doloroso e discontinuo di suoni che sono l’incidente frontale conseguente all’accelerazionismo di cui si son tutti riempiti la bocca negli ultimi tempi. Il disco è questo qui:

 

ELYSYA CRAMPTON PRESENTS: DEMON CITY

 

 

I suoni che escono fuori dalle macchine di questi scoppiati di testa sono come una bottiglia di vetro R’N’B frantumata per terra. Ad una certa credi che ti sia partito in play qualcos’altro per sbaglio sotto e invece sono frattaglie da contenitore per plastica e metalli destinato ad una raccolta differenziata fasulla. Quando ero ragazzo noi che ascoltavamo rap credevamo un po’ tutti che l’R’N’B fosse una robetta senza valore, canzoni per femminucce, Rap’N’Bullshit era il nostro motto, io ci misi poco a capire che non era vero ma che fosse destinato a diventare anche la più credibile e pulsante musica barricadera in circolazione non lo avrei mai immaginato. Senza contare che altrove è anche la più vitale forma di pop contemporaneo, ma quelli sono altri dischi.

 

 

AMNESIA SCANNER – AS

 

 

A proposito di accelerazionismo. Di loro ho parlato QUI. Ne ho parlato con chiunque, continuamente, dovunque. A quel che mi è dato intuire sono in fisiologica fase decrescente, come ogni buona stella che si rispetti hanno brillato voracemente e focosamente per un breve istante, un istante abbacinante. La musica più contemporanea che sia dato ascoltare. Finché dura.

 

 

La terza febbre me la tengo per la fine, le tre tipe qui sotto però vengono dallo stesso virus che alimenta quella febbre. Un virus chiamato HIP-HOP.

 

PRINCESS NOKIA – 1992
KATE TEMPEST – LET THE EAT CHAOS
NONAME – TELEFONE

 

 

New York, Londra e Chicago. Tre declinazioni diversi della nobile arte del Rap. Tre declinazioni al femminile, un femminile sfumato, arrabbiato, androgino e penetrante, legato visceralmente alla città di provenienza, con i piedi conficcati nel presente ma la capacità profondamente Hip-Hop di rielaborare il passato rendendolo un trampolino.

 

Princess Nokia è la nuova M.I.A. non c’è un altro modo di dirlo. La prima volta che l’ho ascoltata ho come visto un fascio di luce accecante, toccato un diamante grezzo. Lei è l’esatta traduzione di come l’Hip-Hop sappia mutare, adattarsi e plasmarsi al meglio nell’identità di chi se ne appropria. Una forza della natura, un pugno in faccia dolcissimo, una rivendicazione e fierezza di identità fuori categoria, uno sfoggio di attitudine e cazzimma come non se ne vedevano da tempo.

 

In Kate Tempest c’è la puzza dei tombini di Londra e la sensazione umida di quando torni a casa dopo una giornata senza ombrello e la testa un po’ pesante per le bevute iniziate prima delle 17. Kate Tempest è la tipa che esce dal locale un attimo prima della chiusura mentre dentro c’è King Krule che cerca di far fare pace a Mike Skinner mentre litiga con gli Sleaford Mods e mentre se ne va declama rime tra spoken word ed un rap pieno di senso e poesia, dentro come poche altre cose a questa stranissima atmosfera che si respira a Londra oggi, una atmosfera in cui la Brexit ti entra nelle narici.

 

NONAME anche più del chiacchieratissimo Chance The Rapper è la rappresentazione più cristallina della eccitante scena di Chicago, una città tornata prepotentemente sulla mappa grazie ad una fusione istintiva e naturale, perché generazionale, di tutti i suoni che l’animano e l’hanno animata. Un concetto di contemporaneità black che tra struttura jazzy e venature soul fa da sfondo a poesie urbane di rara ispirazione.

 

 

Steve Lehman – Sélébéyone

 

 

Una delle più radicali forme di sovrapposizione stilistica tra generi diversi che sia mai stata anche solo concepita. In un periodo storico in cui comprensibilmente le forme dell’Hip-Hop sono compenetrate con equilibrio e naturalezza nel Jazz e viceversa, Steve Lehman approfondisce quello che è un suo pallino da anni attuando un vero e proprio scontro basato sulla giustapposizione di elementi diversi, un indelicato ed algebrico incastro di lame affilate che si corrodono e feriscono, lasciando sangue e incompiutezza sul proprio cammino, enfatizzando difetti e accademia dell’una e dell’altra parte ma al contempo estremizzando un concetto di fusione sonora che così radicale ed efficace è stato pochissime volte. Un disco forse più interessante che realmente bello ma vitale ed elettrizzante come forse nessuno ascoltato quest’anno.

 

 

SOLANGE – A SEAT AT THE TABLE
BLOOD ORANGE – FREETOWN SOUND
KELSEY LU – CHURCH

 

 

Due modi diversi ma al contempo simili di declinare il pop con una matrice nera ma densa di influenze in cui le distinzioni di genere, provenienza e decenni si perdono in lontananza. Gli anni 80 che affiorano come eco indistinta più che orpello invadente.  E il terzo? del terzo ne parlo poi che è complicato.

 

Quello di Solange è il disco più spocchioso dell’anno, da parte di un’artista che se esistesse un dizionario per immagini alla voce “Radical Chic” basterebbe mettere una foto a caso del suo matrimonio o una qualunque foto del suo profilo Instagram. Talmente Hip da superare a destra senza freccia qualsiasi possibile Hipsteria. Il suo disco però liberato dagli interludi sociologici e con un paio di brani in meno sarebbe stato uno dei dischi squisitamente pop più deliziosi degli ultimi anni ma in realtà lo è anche così ed è un capolavoro. Essenziale e di una precisione commovente nel saper cogliere, senza avere mai un suono di troppo, tutto il pulsare più intenso e significativo della musica popolare afroamericana dell’oggi. Disco di una eleganza assolutamente fuori parametro. Fa sorridere che nell’anno in cui Beyoncé ha fatto il suo disco di gran lunga migliore, che resta però un disco bello e basta che per di più perde metà del suo valore senza immagini a corredo, la sorella ne abbia sfornato uno di almeno due categorie superiore.

 

Esiste una parola per identificare quelli come Devonté Hynes e non è “checcaisterica” ma genio. Stiamo parlando di una sorta di  re mida senza trono, uno che volutamente o meno ha plasmato il suono della migliore musica pop contemporanea. Uno il cui limite è forse l’essere migliore come curatore delle musiche altrui che delle sue, basti pensare che la stessa Solange non sarebbe ciò che è se non fosse stato per lui, ma che in questa occasione ha saputo dar vita ad un lavoro di sintesi e cesello sulle pure canzoni che ha del miracoloso. QUI ho scritto del perché nonostante non ci andrei mai a bere una birra trovo che sia uno dei più acuti musicisti in circolazione.

 

Kelsey Lu è….è…insomma come dire….non si può dire ecco, nel senso che non saprei cosa dire se non che la amo, seriamente, in una maniera fanciullesca ed irrazionale, ha tutte le caratteristiche che mi rendono completamente inerme dinanzi ad una donna, tutte, anche se non soprattutto quelle fisiche che nel suo caso sono piuttosto particolari. Il suo disco è fatto quasi esclusivamente di droni, violoncello ed una voce che sembra rapita a quella di Circuit des Yeux e non credo di dover aggiungere altro. Suona sia nel disco di Solange che in quello di Blood Orange, fa parte di quel giro newyorkese in cui la puzza di snobismo si sente fino a Cleeveland ma lei sembra un corpo estraneo di una bellezza deturpante. Ci sto proprio sotto. In un vaghissimo ed indistinto momento di lucidità posso dire che è un artista in completo ed ambiguo divenire, potrebbe diventare grandissima oppure sparire nel nulla e restare solo nel mio cuore dolente.

 

 

ESPERANZA SPALDING – EMILY’S D+EVOLUTION
LAURA MVULA – THE DREAMING ROOM

 

 

Esperanza Spalding è bella, molto bella ma soprattutto ha fascino, carattere ed ispira tenerezza, ma le avete viste le sue foto quando indossa gli occhiali? No ma di cosa stiamo parlando? Livelli di tenerezza prossimi al non misurabile. Il tipico personaggio che sta simpatico per forza, tranne che alle fan di Justin Bieber. Suona pure divinamente e contemporaneamente canta e anche bene. Cosa vuoi dirle di più? Ecco, io francamente credevo che fosse avviata ad una onestissima quanto noiosissima carriera da jazz singer tutta swing e mielosità assortite. Invece ha tirato fuori un disco di canzoni jazzate ma rotolanti, capaci qui e lì di graffiare con chitarre tonanti e arpeggi per nulla scontati e con un uso della voce che talvolta si fa strumento pizzicato quasi più delle corde dei suoi bassi e contrabassi. Disco black più sottovalutato dell’anno insieme con quello di Laura Mvula che ne è la declinazione “Disco Mistica”. Laura Mvula, che forse è persino più bella e affascinante di Esperanza Spalding sebbene su canoni diversissimi, quando pubblicò il primo disco ne parlò mezza Inghilterra ed era un lavoro bello che si poggiava tutto sulla sua voce stratosferica e su tanta classicità. Ora pubblica un disco coraggioso, pieno di atmosfere eteree eppure pulsanti, vibranti di un calore danzante al ritmo di emotività rivelate con candore e serenità. Ovviamente non se lo fila nessuno. La musica black intelligente il mondo non se la merita.

 

 

DAWN RICHARD – REDEMPTION

 

 

Di questi tempi si fa un gran chiacchierare intorno all’utilità dell’autotune nella musica popolare, di come abbia uniformato ed omologato molta della musica mainstream e di quanto il suo indiscutibile impatto sulle linee vocali possa o no essere funzionale alla musica che accompagna. Comunque la si pensi è indiscutibile che ci siano dei suoni su cui non solo è appropriato ma rappresenta persino una sfumatura che arricchisce, sia per la declinazione sonora che crea sia per l’eventuale deriva concettuale che può portare. Dischi come questo. Dawn Richard nei primi anni 2000 era una promettende diva del R’N’B da classifica, versione new jack swing serializzato e stereotipato, prodotta da Puff Daddy sarebbe dovuta esplodere ma ad un certo punto disse di no a quel mondo plasticoso e scomparve per un po’. Riapparsa un paio di anni fa con un progetto apparentemente folle, a metà strada tra la Pc Music, la colonna sonora di un videogioco e forme eccitanti di Alt R’N’B, un genere che nel frattempo è esploso e sta dando vita ad alcuni tra i suoni pop più stimolanti degli ultimi anni. Ha una voce incantevole, potrebbe farne sfoggio eppure si è incasellata volutamente in questo alter ego tra l’afrofuturistico, il fantascientifico e lo sberleffo vaporwave. Ha avuto ragione lei, la sua voce docilmente ritoccata è perfettamente funzionale ad un mondo in cui sembra di ascoltare soul music di e per droidi di compagnia in colonie oltre mondo, dal tiro House di Chicago prima maniera, tastierine da jingle televisivo e melodie via cavo.

 

 

HATE & MERDA – LA CAPITALE DEL MALE

 

 

Nessuno oggi canalizza meglio di loro il mio sentire più viscerale e profondo. Ho spiegato QUI perché sono Il mio gruppo italiano preferito a parimerito con i MARNERO. Sì, sono un ragazzo con problemi ma sono felice di esserlo.

 

 

ALFIO ANTICO – ALFIO

 

 

Caverne, droni, grotte, pastorizia ancestrale, pescatori grotteschi e tradizioni di un tempo di cui è morto perfino il ricordo. Come fosse la colonna sonora di una versione sognata risvegliandosi male de “Il Demonio” di Brunello Rondi. Un disco straordinario la cui descrizione ufficiale ad opera dell’autore non ha bisogno di ulteriori commenti:

 

Questo disco è la sintesi di 50 anni di ricerca sonora, fra la pelle viva della sua mano, quella morta, di pecora, dei suoi tamburi e la sua voce. Non è un disco di musica popolare, ma l’esempio di qualcosa che non riusciamo più a immaginare.

 

 

OATHBREAKER – RHEIA

 

 

In questo disco in alcuni punti c’è questa ragazza che alza su una vera e propria onda vocale che affianca e cavalca il muro di rumore, chitarre, disturbo, distruzione ed oblio. Con delle casse normali non si sente, con delle cuffie normali non si sente ma fidatevi succede, è come si schiudesse qualcosa ed è bellissimo, è come sentire Bjork un istante dopo essere stata mollata da Matthew Barney cantare a squarciagola nel bosco della strega di Blair con tutti i rami degli alberi che si frantumano e fanno un rumore bestiale. Peccato che il disco abbia delle insopportabili pause di vaghezza post rock e sia un continuo sali e scendi, frenate e accelerazioni che si perdonano però se si considera la straordinaria qualità del suono che ne esce fuori, in un equilibrio pazzesco che raramente si riesce ad avere in dischi del genere. A gusto strettamente personale li preferivo prima, più ignoranti, ma l’evoluzione e maturità che hanno avuto nel corso degli anni appartiene a poche altre band di rock pesante, tanto che al momento contengono al loro interno una sintesi mirabile dei migliori suoni dell’antro scuro. Se solo la piantassero con quelle pause del cazzo…

 

 

ORANSSI PAZUZU – VÄRÄHTELIJÄ

 

 

Quando ho ascoltato questo disco ho visto aprirsi davanti ai miei occhi degli squarci da cui sono fuoriusciti dei mulinelli concentrici di fuoco azzurro che si sono elevati in cielo roteando ed inghiottendo tutto per poi ridiscendere giù ed avvolgere quel poco che vi era rimasto aprendo i cancelli dell’inferno e facendo entrare i cavalieri dell’apocalisse, dando così il via al giorno del giudizio. Finito il disco ho pensato che il direttore artistico della fine del mondo era uno in gamba. Non mi drogo e il più delle volte bevo con moderazione, è proprio il disco ad essere semplicemente ultraterreno e di una bellezza estatica.

 

 

SUMAC – WHAT ONE BECOMES

 

 

Un antro oscuro ed impenetrabile, uno dei dischi più indigeribili dell’anno, una scommessa con se stessi, un viaggio difficoltoso e doloroso da cui si esce diversi. Iniziato con diffidenza e terminato con un senso di pienezza e arricchimento impareggiabili.

 

 

THE DILLINGER ESCAPE PLAN – DISSOCIATION

 

 

Come avere precisione chirurciga, spirito ludico, furia omicida, sberleffo e perizia intellettuale incapsulati insieme in una palla da bowling di suono scivoloso e travolgente. Con 20 anni di carriera sul groppone e a pochi mesi da un probabilissimo scioglimento definitivo. Qualcuno mi accompagni a sentirli dal vivo per la prima e l’ultima volta, per favore…

 

 

COBALT – SLOW FOREVER

 

 

Disco chitarre tonanti dell’anno, quanto può esser tonante una sfera di fuoco rotolante  che placidamente si mangia tutto.

 

 

 DÄLEK – ASPHALT FOR EDEN

 

 

La più grande band metal che non suona metal che sia mai esistita. Un soffio d’ansia e disturbi dissociativi sussurrati nell’orecchio. Molti anni fa li andai ad ascoltare con un mio amico che non c’è più. Andandocene lui mi disse: “…non è mai stato così bello sentirsi a disagio”. Bella David.

 

 

MAXWELL – BLACKSUMMERS’NIGHT

 

 

Il suo disco meno coraggioso e personale. Il suo disco peggiore. L’ennesimo disco meraviglioso del più grande soul singer della sua generazione e di quella prima e di quella dopo. D’Angelo non si offenderà. Perché la vita è quella cosa in cui ad un certo punto Maxwell inizia a cantare ed il mondo intorno rallenta, cambia colore e diventa bellissimo.

 

 

KLEIN – LAGATA 

 

 

Tribalismo metropolitano nell’antro di una cameretta che ha l’atmosfera di una grotta.

 

 

THE BODY – NO ONE DESERVES HAPPINESS
THE BODY & FULL OF HELL – ONE DAY YOU WILL ACHE LIKE I ACHE

 

 

Il primo lo capiremo solo tra qualche anno e ci vergogneremo di non averlo capito prima. Il secondo lo si capisce subito perché non fai a tempo a scansarti che ti ha già investito.

 

 

FIS – FROM PATTERNS TO DETAIL

 

Un’anima che ti graffia da dentro ed urla con voce strozzata fino a diventare una eco indistinta.
 

 

THE DWARFS OF EAST AGOUZA – BES

 

 

Il disco più ipnotico e trascendente ascoltato quest’anno. Non mi capitava di essere così intrappolato in un suono da quando andai in fissa con i canti per la mistica sufi.

 

 

Dare un senso all’Indie Rock nel 2016? Fatto! i primi sono una garanzia inossidabile, i numeri uno, non si reinventano e non si reinventeranno mai ma quanta classe, un disco impeccabile. La seconda è la sorpresa dell’anno e la speranza per il domani. Entrambi con copertine graficamente geniali per motivi opposti. La prima un prodigio di composizione, la seconda o è un errore da grafico che si è perso il progetto e ha sballato le misure o è uno sberleffo con il lettering che non entra nel cd, in ogni caso bellissima.

 

 

ANDERSON .PAAK . – MALIBÚ
NXWORRIES – YES LAWD!

 

Non avete ascoltato questo disco almeno 50 volte? Bene allora ascoltate anche l’altro che forse è persino meglio. E accendetevi una canna, voi che potete.

 

 

STURGIL SIMPSON – A SAILOR’S GUIDE TO EARTH

 

 

Un compendio di musica popolare americana. Tutta la musica popolare. Matrice country, sfumature folk ma vibrazioni funk come se piovessero. La versione dopo sbronza ed on the road di quel capolavoro che era “I Love You Honeybear” di Father John Misty

 

 

MAL DEVISA – KIID

 

Adesso mi prenderò la briga di fare una affermazione che capiranno in tre ma che per quei tre suonerà come un macigno. Mal Devisa è la Matana Roberts del cantautorato. Dentro la sua materia grezza ed informe c’è una sostanza di una profondità che si perde nel buio della sua anima per quanto è densa e profonda.

 

 

AUTECHRE – ELSEQ 1-5

 

 

Il disco di cui molti hanno parlato, che in pochi hanno ascoltato e che ancora meno hanno capito, me compreso. Ed era ESATTAMENTE quello che volevano loro. Un GROSSO VAFFANCULO all’elettronica schiava dell’hype che domina gli ultimi anni. Bene così.

 

 
THE HOTELIER – GOODNESS
MODERN BASEBALL . HOLY GHOST

 

Dischi da cantare a squarciagola sotto la pioggia. io devo averne almeno uno all’anno, so benissimo che non hanno l’angst interiore dei gruppi delle generazioni precedenti, fortuna loro, io però ho bisogno di questa musica, non posso farne a meno e loro quest’anno sono i migliori del lotto.

 

 

Ora è la volta della febbre più alta.

 

Io ho 36 anni, ho iniziato ad ascoltare musica con la voracità e la passione che ho oggi circa 20 anni fa. Avrò avuto 15 anni o giù di lì, entrai in un negozio di dischi, privo di qualunque cognizione di causa o conoscenza e chiesi alla titolare se aveva il disco in cui era contenuta una canzone che avevo mandato a memoria dopo averla ascoltata in una compilation uscita in omaggio con una rivista senza valore.  La canzone era “Don’t Believe The Hype” dei Public Enemy, il disco era “It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back“. Quel giorno la mia vita è cambiata. Non sarei la persona che sono ora senza quel disco, chissà dove sarei senza quel disco. Il rap mi ha insegnato ad amare la musica, i Public Enemy mi hanno insegnato a fottermene delle categorie, non solo nella musica, l’Hip-Hop mi ha insegnato ad amare la vita, trovarci un mio spazio dentro ed andare avanti a testa alta.

 

Questo per dire che per quelli come me certi dischi rap non sono solo dischi, sono dei solchi. Quest’anno ne è uscito uno che ho iniziato ad ascoltare alle 4 del mattino di un venerdì invernale ed ho smesso 10 giorni dopo, senza ascoltare nient’altro nel mezzo. Non mi succedeva da…non so se mi sia mai successo, credo di no. Potrei stare a descriverne le qualità strettamente musicali per ore ma sarebbero solo cazzate rispetto al fatto che questo disco mi ha dato la conferma di una cosa che penso da tempo. Non importa né il tempo che passa né i pantaloni che si restringono, sono stato, sono e sarò sempre un b-boy fiero, perché l’Hip-Hop è la cosa migliore che mi sia successa nella vita.

 

Il disco è questo qui:

 

A TRIBE CALLED QUEST – WE GOT IT FROM HERE…THANK YOU 4 YOUR SERVICE 

 

 

 

 

Io avrei concluso, ci sarebbero una marea di dischi semplicemente belli da citare anche solo in elenco ma sarebbero troppi ed io non ce la faccio più a scrivere. Ci sarebbe anche da essere cattivi e parlare male di quelli che non mi sono piaciuti o mi hanno deluso ma sono diventato una persona migliore e parlo solo delle cose belle.

 

 

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1 gennaio 2017
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