MEGANAI | MEGANAI Heavy Rotation #3
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MEGANAI Heavy Rotation #3

Blackalicious - Imani Vol.1

 

BLACKALICIOUS – Imani Vol.1

 

La bombetta a frammentazione della settimana. Va dritto per dritto con un suono vecchio, vecchissimo, coeso ed unitario da cui però si sprigionano sfumature moderne e accenti di qualunque tipo, c’è dentro un piccolo compendio di musica black e non solo, pieno di suoni e umori, con la consueta verve pop che li ha sempre contraddistinti e che qui è ancora più efficace e rende tutto spendidamente orecchiabile e canticchiabile. Un suono che sembra multistrato ma che al tempo stesso esce compatto e massiccio e conserva un’identità precisa e riconoscibile. Un gran disco, pur con qualche riempimento e levigatura di troppo. Fatto dopo oltre un decennio ed una sconfinata serie di problemi personali eppure pieno di ottimismo ed orgoglio. Bella lì.
CHE CI FACCIO? Operazioni di fomento e autostima canticchiando sotto la doccia con moonwalking acquatico incluso.
A CHI LO REGALO? Ad un 50-60nne che a 20nni ascoltava gli Steely Dan ed è convinto che l’hip-hop sia solo una roba di babbioni con catenoni ed un microfono.

 

Laurel Halo - In Situ

LAUREL HALOIn Situ

 

Io Laurel Halo l’adoro, diciamocelo subito, a scanso d’equivoci, la adoro da quando faceva un synth pop sbilenco e vitale, figuriamoci ora che ha iniziato a creare forme di techno al femminile che più passa il tempo più mutano e acquistano sostanza e personalità. Dopo la svolta dell’approdo alla Hyperdub ed i due dischi a cavallo tra bagliori di cantautorato, elettronica nella struttura, dancefloor di sfondo e influenze varie ed assortite in forma di tastiere e campioni, Laurel Halo sembra prendersi una pausa, uno spazio di riflessione per indagare più a fondo quello che per lei negli ultimi anni è diventato un amore conclamato : la Techno di Detroit. In Situ è un EP, più nel concetto di lavoro d’intermezzo che nell’effettiva durata che è tutt’altro che breve, ed è l’inevitabile ed atteso approfondimento delle strutture canoniche di una techno che sta tra l’ortodossia afro di Detroit e le dilatazioni ambient di Berlino. Il suo è un suono in divenire, in costante trasformazione, come un viaggio notturno di cui non si conosce la meta, che è un po’ l’effetto che generano i suoi splendidi live set. Un suono che qui non esplode mai, non scarica, non picchia, sembra come in attesa di quel che sarà. Personaggio schivo e scostante, fragile ed umorale, di una timidezza dolcissima e rabbiosi scatti d’ira, crea musica traducendo semplicemente quel che è. Grandissima artista.
CHE CI FACCIO? Viaggi notturni in auto senza meta ammirando ed amando l’anima della vostra città (che è poi quello che ci ha fatto Julia Holter giusto qualche notte fa…)
A CHI LO REGALO? A chi ancora non ha ben chiaro come la Techno nelle giuste mani possa essere uno delle espressioni musicali più  viceralmente  libere ed anarchiche, oltre che imprevedibili.

 

Co La - No No

 

COLANo No

 

Baltimora non è esattamente il luogo più cool d’America. Qualche anno fa era la città più violenta d’America ed anche di recente, a giudicare da come si guardano in cagnesco cittadini e poliziotti, non è che se la passi tanto meglio. Il porto, i container, i palazzoni e le ciminiere ingrigiscono la vita di un mucchio di persone diverse. In genere quand’è così, se da un lato c’è un sacco di gente che spara ce n’è anche un bel po’ che tira a canestro o più lontano possibile un pallone ovale ma anche un mucchio che si mette a suonare. La lista di musicisti in gamba usciti da Baltimora è piuttosto cospicua. A questi si aggiunge anche un non musicista, tale Matt Papich che porta il suo progetto CO LA alla maturazione definitiva sfornando un concept album sull’alienazione digitale che è in realtà un prodigio di taglia e cuci. Una struttura dance che non lo farebbe sfigurare nei dancefloor pone le basi per un intruglio contagioso di pezzetti di suono che si incastrano e si scontrano. Un gran casino ottimamente orchestrato che fa battere il piedino, muovere la capoccella e stuzzica il cervello. Una sintesi credibile del casino che dev’è essere la sua città.
CHE CI FACCIO? Cercare lo spunto giusto quando non si può lavorare di sottrazione e si è costretti ad usare tutti gli ingredienti a disposizione, lo spunto per trovare l’equilibrio e la formula giusta per valorizzare tutto e non discriminare nulla.
A CHI LO REGALO? A chiunque ancora si riempie la bocca con il minimal, minimal ovunque, talmente tanto minimal che anche Mies van der Roh s’è rotto le scatole

 

raury - all we need

 

RAURY – All We Need

 

Ammetto di risultare antipatico persino a me stesso quando me ne esco con frasi del tipo: “io questo lo ascoltavo da quando aveva 3 brani su Soundcloud“, le tipiche frasi da Riccardone insomma. Il punto è che, per quanto io risulti irritante persino a me stesso, generalmente è vero, il che non è affatto una cosa di cui andare fieri perché palesa come avrei dovuto fondare un’etichetta discografica e morire di fame ma avendo almeno lasciato qualcosa di positivo nell’esistenza (anche perché morire di fame muoio di fame lo stesso). Comunque, tralasciando queste idiozie personali, quello che mi colpì di Raury era questa sua inconsapevole attitudine priva di categorizzazioni, questo suo essere genuinamente un frullato di accenti e umori. Al primo ascolto mi sembrava come se Devontè Hynes avesse deciso di fondere i suoi due magnifici progetti in uno solo. La chill-wave malinconica e metropolitana di Blood Orange ed il pop tra tinte rock e folk del mai compianto Lightspeed Champion, tutti insieme appassionatamente con quel tanto di speziatura ritmica vagamente hip-hop che non guasta mai. Invece no, Raury era un ragazzetto allora minorenne che faceva la sua personalissima cosa e la faceva con un sorriso sempre piuttosto stampato in faccia, senza disdegnare però malinconie e consapevolezze di uno stato non proprio eccellente delle cose. Il nostro ha poi raccolto tutto in un gran bel mixtape che per quanto era efficace, anche se un bel po’ grezzo, poteva a conti fatti esser considerato un album d’esordio. Il vero album d’esordio invece è questo All We Need e la cosa interessante è che il giovincello, nonostante la fama in costante ascesa, ad appena 19 anni ha già cambiato rotta musicale. Questo è un disco intimo, nei temi come nei suoni che a tratti son quasi ovattati e spingono su dei bassi profondi ma non invadenti. Ritmo ve n’è ma mai pulsante, l’aria freak che lo ha fatto emergere qui è quasi del tutto assente e connota solo negli umori un disco forse non del tutto compiuto e centrato ma viscerale e che consegna un’artista in divenire e da cui attendersi sicure grandi cose in futuro
CHE CI FACCIO? viaggi in treno solitari guardando fuori dal finestrino il mondo in parallasse, pensando al vostro amore finito, ai vostri sogni disillusi e fomentando la rabbia verso le ingiustizie ed i tombini intasati di Roma
A CHI LO REGALO? Al vostro amico che spende cifre folli su Asos e Yoox, nonostante acquisti sempre in saldo, e si riempie l’armadio di parka, t-shirt con scollo ampio, giacche asimmetriche pantaloni extra slim fit. Il messaggio subliminale è: Wild Is The New Black

 

Giuro che dalla prossima settimana ci do giù di sintesi e parlerò di più dischi, anche perché ne stanno uscendo tanti interessanti e rimane sempre fuori troppa roba.

 

I DISCHI IN STREAMING:

 

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21 ottobre 2015
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