MEGANAI | MEGANAI Heavy Rotation #4
MEGANAI

MEGANAI Heavy Rotation #4

by NICOLA ALTIERI


LUKA PRODUCTIONS – Mali Kady

Luka è un ragazzotto maliano che orbita nella scena musicale di Bamako, che detta così sembra una cosa serissima ma non lo è. A Bamako e nei dintorni ci sono questi squinternati che fanno quello che vogliono, che è ben oltre quello che possono che è praticamente niente, un niente anche molto impolverato. Foto esplicative a seguire.
Luka Productions

Luka Productions

Divertire si divertono, quando e dove è possibile, per strada ad esempio, con feste che se fossero a New York chiamrebbero Block Party. Luka è il tizio che sta dietro la produzione musicale di quella bomba a frammentazione che era Danbe dei Supreme Talent Show. Qui si prende il suo spazio e giggioneggia con il microfono, rappando, cantando e fischiettando con un vocoder di terza mano che al confronto l’autotune è un algoritmo progettato da ingegneri della NASA. Quel che c’è sotto il suo gioggieneggiare vocale è semplicemente esplosivo. Cosa c’è? Ah boh. In definitiva è Hip-Hop, nel senso che quelle sono le dinamiche compositive, quella è l’attitudine alla base di tutta l’espressività e la voracità artistica che spinge questi pazzi furiosi. La musica che pompa dalle casse però è un intruglio irresistibile e adorabile, pieno di suoni e suonetti raccolti dal cesto della spazzatura, ripuliti, insaporiti con salse da discount e annaffiati con birra ai frutti di bosco. Questa è musica che ti dice che la vita è una cosa meravigliosa, anche quando non sai come arrivare a domani.

 

CHE CI FACCIO? Organizzi un party clandestino sotto casa, ti segni i nomi di tutti quelli che vengono e che stanno in disparte, non ballano, non ridono, non flirtano o parlottano spocchiosi e saccenti e poi cancelli le loro facce, i loro nomi e la loro ignoranza dalla splendore gioioso della tua esistenza.

 

A CHI LO REGALO? A quel tuo amico che si è comprato una Roland 909 e la spolvera tutti i giorni, poggiata sulla sua scrivania bianco laccato, in simmetria perfetta e adiacenza cromatica con tastiera e track pad della Apple.

 

 

AMNESIA SCANNER & BILL KOULIGAS – Lexachast

Amnesia Scanner & Bill Kouglas - Lexachast

Amnesia Scanner in combutta con il boss della PAN, etichetta imprescindibile nel panorama “musica altra che ti riduce le orecchie a detriti e ti espande le funzionalità del cervello”. Il risultato è al solito qualcosa che sfugge ai classici formati di distribuzione musicale. Un sito internet lexachast.com contenente musica, immagini e frattaglie. Tempo fa il buon Valerio Mattioli in una riflessione molto interessante definì le composizioni di Amnesia Scanner “musica accelerazionista”, ormai credo potremmo essere in zona “destrutturalista“, volendo proprio rimanere sul filosofico. Sembra davvero di assistere alla distruzione del precostituito, suoni che sono detriti spazzati via che si ricompongono traendo linfa dall’inquietudine del nostro tempo.
Per dirla con le parole di una mia cara amica: “Abbastanza totale”.

 

CHE CI FACCIO? Un giro a piedi per il centro città inforcando occhiali 3d, dopo qualche centinaio di metri dovrebbe iniziare a scomporsi tutto intorno e si dovrebbero vedere frattali al posto degli edifici e paralassi in quadricromia al posto di cielo ed orizzonte. Se non succede la vita è stata particolarmente cattiva con voi.

 

A CHI LO REGALO? Al vostro spacciatore come incentivo ad allargare la sua mercanzia.

 

 

BLOODIEST – Bloodiest

Non sono un fan del metal, da ragazzino stavo dall’altra parte della barricata, mi piacevano le vibrazioni positive, i suoni caldi della musica nera e quando mi sono innamorato delle chitarre è stato grazie al punk, all’hardcore e successivamente al noise. Non è che non mi piacesse quella gente tutta scura e con i capelli lunghi, in fondo io ero un bboy taciturno, di quelli con il cappuccio della felpa tirato su e la visiera del cappello che usciva fuori, lo sguardo basso e le cuffiette sempre inforcate. Non mi piaceva quella sensazione di freddezza e distacco che trasmettevano certi suoni, era solo una sensazione, dettata anche da ascolti sbagliati, e che purtroppo m’ha fatto perdere un mare di musica bellissima. Da qualche anno a questa parte la musica migliore che ascolto, quella che mi sorprende di più, che mi incuriosisce, che meglio si concilia con il mio stato d’animo e si sintonizza sulla mia lunghezza d’onda, ha a che fare con il metal. Oggi il metal è cambiato, spesso è suonato da gente che potrebbe tranquillamente fare jazz, comporre colonne sonore o sonorizzare installazioni d’arte contemporanea, ha preso declinazioni di suono e attitudine che lo fanno flirtare continuamente con l’ambient, i droni e persino l’elettronica più colta. Pochi altri generi oggi mi arrivano contemporaneamente di pancia e cervello, stimolano viscere ed istinto e solleticano neuroni e intelletto.
Questo secondo disco dei Bloodiest incarna bene tutte le declinazioni e derive descritte qui sopra e che così tanto m’hanno fatto avvicinare a dei suoni che da ragazzo tenevo lontanissimo. I Bloodiest sono di Chicago, e già qui si capisce molto, oggi come ieri una città in cui la musica scorre nei muri e ad ogni angolo prende forme diverse. In questo disco ci sono muri di suono su ritmiche che rimandano a certi vecchi dischi cross-over, staffilate di chitarre che assumono la ciclicità e l’armonia di certe sonorità trance, ma anche riff brevi e ripetitivi di quelli che piacevano tanto a Ross Robinson, voci melodiche che occasionalmente esplodono in grida e ritualismi vari ed assortiti. Vibrazioni che sembrano varie ottave sopra ma sono varie ottave sotto. Un disco pieno di cose, anche troppe, pregno di una discreta fascinazione vintage eppure postmoderno nella migliore accezione possibile, un calderone che ha una sua uniformità se pur stridente. Un disco che sarà probabilmente odiato da molti appassionati di metal e sarà ignorato dagli altri. Un disco interessantissimo.

 

CHE CI FACCIO? Il disco da suonare in un rito orgiastico casalingo per over 40, a base di droghe allucinogene, figli lasciati dai nonni e la sveglia al mattino per andare in banca

 

A CHI LO REGALO? Indistintamente: al vostro amico intrappolato negli anni 90 per rinfrescarlo un po’ ma senza strattoni troppo forti oppure a chi ancora crede che il metal sia una questione di norvegesi con il cerone bianco e le croci rovesciate e non fa che rompere le scatole su come gli Animal Collective siano il gruppo definitivo

 

 

A ESPETACULAR CHARANGA DO FRANÇA – O Último Carnaval De Nossas Vidas

 

Sul fermento che c’è in atto nella musica brasiliana contemporanea, specie quella più d’avanguardia e sotterranea, ci sarebbe da spendere fiumi di parole e prendersi varie settimane per ascoltare dischi bellissimi di musicisti ispirati come pochi altri al mondo. Un buon inizio sarebbe partire esplorando il catalogo della YBmusic, una label che dal 2000 è un vero riferimento, con dentro lo spettro dei nuovi suoni che si contaminano con i vecchi. Ritmi, jazz, MPB, tutto il meglio possibile con una vitalità pazzesca.
Questo disco coordinato dal sassofonista Thiago França è registrato in presa diretta all’insegna del “bona la prima” ed è composto da un manipolo di grandi autori, alcuni dei quali presenti nel catalogo della suddetta YBmusic. Si tratta di un ensemble variegato a costruire quella che i fighi chiamerebbero Brass Band, insomma una vera e propria orchestrina da balera, di quelle scalcinate e un po’ improvvisate, con la sola differenza che questa non è scalcinata manco per niente. Il titolo dice tutto: L’ultimo carnevale delle nostre vite. Samba e bossa interpretate con un andamento tra il malinconico ed il nevrotico, dominate da fiati caldi e corposi. Programmatica Adeus Saudade cantata dall’immenso Romulo Fróes e allegata qui sopra. Un disco che non inventa nulla ma ci mette cuore e passione a pacchi da un quintale e come la maggior parte dei dischi brasiliani è liberamente scaricabile perché in Brasile il diritto d’autore è un concetto preistorico.

 

CHE CI FACCIO? Inizi a ballare e non ti fermi più, ogni tanto piangi, qualche volta ridi, poi ripiangi, poi riballi e riballi di nuovo e magari nel frattempo fai l’amore per riprendere fiato.

 

A CHI LO REGALO? A quella tua amica con i segni dei taglietti sui polsi di chi vuole farla finita ma non davvero, perché anche questa è musica che ti dice che la vita è una cosa meravigliosa, anche quando non sai come arrivare a domani e non ti nasconde che ogni tanto c’è da soffrire.

 

Ci sarebbe poi il disco di David Bowie che avete ascoltato tutti e avete fatto bene e su cui non c’è da dire nulla se non che è semplicemente, splendidamente, elegantemente BELLO.

 

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14 gennaio 2016
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