MEGANAI | OMBRE ELETTRICHE | Schegge di un anno di cinema (2016)
MEGANAI

OMBRE ELETTRICHE | Schegge di un anno di cinema (2016)

by NICOLA ALTIERI

Un anno di cinema, nessuna classifica, solo schegge di immagini e suoni, intrappolate nel video qui presente. Schegge belle, schegge brutte, soprattutto VIVE. Non c’era spazio e tempo per tutte e allora spazio e tempo a ciò che mi ha fatto piangere, ridere, saltare, ballare, sudare ed eccitare. Per il resto ci sono le parole.

 

In tanti singoli momenti sono stato trafitto al cuore, perché la magia sa nascondersi anche dietro una singola inquadratura e come sempre hanno saputo emozionarmi e commuovermi film incompiuti, sghembi, inaspettati, forse sbagliati o incredibilmente semplici, piccoli eppure liberi. È stato un anno cinematograficamente travolgente, almeno quanto è stato dolente nel mondo e sofferto e pieno di dubbi a livello personale ma ogni anno quando si accende lo schermo è sempre una botta e nulla come il Cinema sa porti le domande giuste e darti delle risposte proprio quando ti servono di più.

 

Ci sono film del 2016 e film del 2015, un paio persino del 2014 perché realisticamente visionabili solo quest’anno. Stilare classifiche non ha alcun valore e nemmeno stilare annuari perché il mondo sarà anche cambiato e si è allargato ma i muri e le barriere culturali sono ancora lì a dividerlo in tronconi che non hanno senso di esistere, specie se sono nella mente di chi guarda prima ancora che nei mercati distributivi.

 

Questo è il MIO anno, in rigoroso ordine casuale.

 

 

THE HANDMAIDEN di Park Chan-wook

 

#MADONNASANTODDIO

 

 

EL CLUB di Pablo Larrain

 

Pablo Larrain è un gigante. Il suo Cinema è tra i più significativi in circolazione. Un Cinema che sa essere politico, civile ma soprattutto umano, sempre e comunque, senza sconfinare mai nello schieramento, nella teorizzazione e nella pedanteria intellettuale. Un Cinema di visi scolpiti, pulsioni fisiche ed emotive, parole senza filtro ed un filo sottile ma tangibile di cinica e lucida ironia. Un Cinema unico e necessario, in mutazione continua, sia per linguaggi che per tecnica e stili. Tra analogico e digitale senza alcuna soluzione di continuità ma in assoluto e coerente equilibrio. Un Cinema in cui una coltre grigia avvolge l’oscurità dei cuori nel vano tentativo di allontanarla dal mondo, un oscurità pronta ad esplodere e contaminare tutto.
Un Cinema enorme. Non essere riuscito a vedere Neruda e Jackie mi fa spostare il sistema nervoso.

 

 

THE FINAL MASTER di Xu Haofeng

 

The Final Master ha una plasticità di forme e movimenti che creano una vera danza cinematografica, un’idea di coreografia che abbatte qualsiasi muro di genere e categoria espressiva, il modo con cui in alcune sequenze fa un utilizzo combinato di movimenti veloci di camera e stacco di montaggio come momento di rilancio e non conclusione e ripartenza crea forme di una eleganza ed efficacia pratica con pochi precedenti, qualcosa che è tecnico e teorico ma soprattutto godibile e seducente. Un potenziale punto di svolta e rinascita del cinema di arti marziali, specie se considerato insieme ai due precedenti film di questo intellettuale, pensatore, artista e vate assoluto che è Xu Haofeng.

 

 

CAROL di Todd Haynes

 

È come essere in un’esposizione di quadri di Hopper ed immaginare di viverci dentro, innamorandosi perdutamente, senza speranza alcuna, galleggiando nell’esistenza e sapendo a mala pena cosa desiderare istante per istante ma non potendo fare a meno di desiderare, guardando a se stessi come da fuori campo, sfumati tra i contrasti, ora sovrapposti ora coperti da tutto il resto attorno. Film d’una bellezza rara.

 

 

CERTAIN WOMEN di Kelly Reichardt

 

La differenza tra uomini e donne sta nel fatto che dove loro vedono “color pesca” noi vediamo “grigio talpa” che è come dire che non vediamo affatto ma soprattutto che loro guardano anche quando farlo è doloroso e quando c’è da guardare noi che non guardiamo. Cinema di donne su donne, con la rara sensibilità di delineare forza, debolezza e umoralitá con la coerenza di un instabile susseguirsi che è la vita. Universi esistenziali opposti, fatti per non incontrarsi che finiscono per trovarsi nello scontro conseguente a quello che è un bisogno irrazionale ma atavico, figlio di una natura fisiologica che diviene emotiva e sovverte equilibri innestando una gerarchia dominante in cui chi avrebbe la capacità di governo è invece sottomesso. Cinema femminista di rara potenza partendo proprio dall’affermazione di una rassegnazione alla sottomissione, di un adeguamento al ribasso di fronte all’incomunicabilitá con l’universo opposto. Cinema indipendente nel senso più letterale e positivo del termine, un’indipendenza che si fa identità e assoluta libertà espressiva, lontana da schemi e condizionamenti stilistici, fiera della sua essenzialitá. Piena maturazione espressiva di una autrice che aveva già dato e mostrato tanto ma che qui trova una sintesi ed una densità nella semplicità che si traducono in quello che è probabilmente il miglior film americano dell’anno.
Guardare un film della Reichardt è come ascoltare uno di quei dischi drone con pochi suoni che placidamente salgono di tono ed intensità per poi tornare alla normalità caotica che è la loro natura.

 

 

L’AVENIR di Mia Hansen-Løve

 

Essere donna deve essere il mestiere più difficile del mondo e la paga è irriconoscenza, incomprensione, commiserazione, abbandono e solitudine. Dopo aver visto questo e “Certain Women” di Kelly Reichardt al di là di un sano ed inevitabile magone ho un senso di colpa ed inadeguatezza verso il genere femminile che nell’ammissione di una generale ignoranza e scarsa consapevolezza mi rendono certo solo di una cosa: ho visto 2 grandissimi film, tra i più belli dell’anno, che mi hanno dilaniato nonostante siano lontani dalla mia idea di cinema ma il cinema è straordinario proprio per questo.

 

 

RAMAN RAGHAV 2.0 di Anurag Kashyap

 

L’ennesimo grandissimo film indiano di questi ultimi anni con la consueta maiuscola prova attoriale del sempre più sorprendente Nawazuddin Siddiqui.
Un dramma oscuro ed annichilente, pieno d’odio e risentimento che scorrono nel cuore stesso della società prima ancora che nei singoli individui. Generi che si fondono l’uno nell’altro, tra poliziesco, dramma umano e thriller psicologico, in luci al neon, tinte fosche, afa e polvere a far da contorno e contrasto ad una tensione costante e una violenza senza controllo racchiusa però in toni pop ed una sardonica follia che si tinge di coolness. Il male assoluto nelle tinte del verde manifestato nella “telecamera a circuito chiuso di Dio”.
Messinscena superba, inquadrature ispiratissime una dietro l’altra sequenziate con movimenti di macchina mai eccessivi e didascalici seppur pieni di stile, esaltati da un montaggio impeccabile che accelera tremendamente per poi quasi fermarsi e ritagliare spazi di quiete utili però a racchiudere la genesi della violenza inaudita.
Siamo dalle parti del capolavoro, forse giusto un palmo sotto o forse no.
Esordio sullo schermo di Sobhita Dhulipala, una bellezza da togliere il fiato e sicura futura diva del lato oscuro di Bollywood.

 

 

CHI-RAQ di Spike Lee

 

Dopo esser stato per troppo tempo assopito e perso nelle sue fissazioni polemiche, Spike Lee è tornato. Pungente e brillante come ai vecchi tempi ma nuovo nell’aggiornarsi alle dinamiche comunicative vuote ed ipercinetiche della contemporaneità 2.0.
Uno spaccato lucido e spietato della assurda ed intollerabile violenza quotidiana delle strade americane, messo completamente in rima in un riuscitissimo mix tra canoni Hip-Hop e connotazioni da tragedia greca. Un mash up che tra lirismo ed estetica sopra le righe trova la sua forza propulsiva in una verve ironica, spesso auto ironica, con un un piglio capace di trasformare la tragedia in commedia senza mai intaccarne la drammaticità ed elevando teatralità e caos a tratto distintivo e colonna portante, con la retorica messa a tempo ed urlata a squarciagola.
L’arte in fondo è anche questo: traslare la realtà, spingerla al paradosso, sforare il surreale e al contempo descrivere e riflettere sul reale più del reale stesso.
Quando sarebbe stato facile, puntuale e sacrosanto puntare il dito, Spike Lee si guarda allo specchio e recita un tremendo atto di auto accusa alla propria gente, prima ancora che alle istituzioni e al sistema di valori che domina gli Stati Uniti d’America. Spike Lee ha fatto la cosa giusta, proprio quando serviva di più, proprio quando sembrava non più capace.

 

 

BELGICA di Felix Van Groeningen

 

Belgica è una corsa affannata, zoppicante ma sincera dentro la vita, un cinema a tavoletta, indifferentemente quella dell’acceleratore e quella del cesso. Un film a culo e pancia all’aria, bottiglia in mano, cuore aperto e cazzo dritto.
Una mia riflessione più approfondita  QUI.

 

 

SHIN GODZILLA di Hideaki AnnoShinji Higuchi

 

Uno dei film più politici dell’anno. Feroce atto d’accusa alla pachidermica macchina burocratico decisionale del governo nipponico, nelle forme di una verbosità che si fa concetto filmico portante, ritmata da un uso magistrale di campi e controcampi, funzionali a contrastare lo sconcertante immobilismo amministrativo e l’apparente insolvibile scontro generazionale, oltre che riflettere con amara autoironia su alcune caratteristiche della vita politica e civile del paese e sul rapporto ambiguo di partenariato e dipendenza con gli Stati Uniti d’America. Ed è un Godzilla, un disturbante, viscido, orripilante e conseguentemente splendido Godzilla che incarna nelle sue scaglie e nei suoi movimenti prima nervosi, poi goffi e infine ancestrali, il terrore annichilente e inarrestabile dello Tsunami e della crisi nucleare conseguente.
Un grandissimo film, fiero della propria natura e origine, con una capacità ammirevole in taluni momenti di conformarsi come meglio non potrebbe agli archetipi del genere kaijū eiga dando vita a sequenze magistrali e situazioni e singole inquadrature da stato dell’arte del b-movie, mantenendosi però lontano da sterili riproposizioni di un passato glorioso ed intriso profondamente della poetica di Hideaki Anno, un autore che si mostra straordinario nel mutare, attualizzare eppure sostanzialmente confermare la sua idea di umanità prima ancora che di cinema, attraverso forme multimediali di varia natura che si intersecano e fondono tra reale e rappresentato, per una grammatica cinematografica densa pur nella sua facile fruibilità, di rara efficacia perché funzionale a dei temi ben più drammatici e urgenti di quanto il tono del film potrebbe suggerire. Lunga vita a Godzilla.

 

 

CROSSCURRENT di Yang Chao

 

 

C’è tanta di quella poesia in una donna di spalle che attende una chiatta in riva al fiume che la poesia vera su cui l’amante della donna idealizza ed immagina il suo amore passa in secondo piano, perde di senso e si dissolve tra i fluttui di immagini di una bellezza abbacinante. Un film che segue i solchi consolidati di una narrativa lenta ed accennata, al passo dolente di illuminati ma sporadici momenti di emotività intensa ma che è altrimenti governato da quel calor bianco che anima molto dell’autoreferenziale cinema festivaliero dell’ultimo decennio. Qui però c’è la fotografia cinematografica più penetrante a memoria recente, una roba che staresti a guardare chiatte in navigazione sul fiume da qui all’eternitá e questo fa tutta la differenza delle mondo.

 

 

DISORDER di Alice Winocour

 

Ci sono alcuni attori che in determinati ruoli semplicemente danno il meglio di loro, a prescindere da quanto e quale sia il loro talento, in quei ruoli si elevano per poi magari affogare nella normalità in altri ruoli. Mattias Shoenaerts non è uno di questi attori perché lui di talento ne ha tantissimo ed in costante crescita, al punto da farlo essere quello che qualche anno fa era Tom Hardy. C’è però un ruolo, quello del maschio corpulento, scorbutico, scostante e disadattato in cui non solo rende al meglio ma è proprio il più bravo di tutti, al punto che se sei un direttore di casting ed hai un ruolo del genere e non scritturi lui tanto vale non farlo il film. I film in cui lui interpreta questo tipo di personaggio hanno infatti la comune caratteristica di poggiarsi letteralmente sulle sue spalle ed assorbirne le vibrazioni e soprattutto le tensioni. Questo è uno di quei film, capace per di più di avere un’anima da thriller aderente alla contemporaneità pur nei solchi di una indagine psicologica ed umorale che amalgama perfettamente la sua grammatica cinematografica agli sbalzi traumatici e le ossessioni del suo protagonista.
Come mai non ne parli nessuno di questo ennesimo bel film diretto da una regista donna francese negli ultimi anni, è per me davvero un mistero ma forse sono io a non capire nulla di cinema. Tra l’altro ho perso oramai il conto di quanti bellissimi film diretti da donne ho visto nell’ultimo biennio. Bene così, mai a sufficienza ma bene così.

 

 

DIVINES di Uda Benyamina

 

Un “Bande De Filles” con più urgenza di strada e sguardo partecipato perché privo del distacco intellettuale del pur bel film di Céline Sciamma. Una genuinitá che a tratti si traduce anche in un lirismo visivo che sebbene non raggiunga l’autorialitá pop di cui “Bande De Filles” era maestro, riesce lo stesso a scuotere ed emozionare con il suo crudo realismo e la vicinanza al vero sentire dei suoi protagonisti. Un esordio promemettentissimo che pur non facendo gridare al miracolo getta una bella luce sull’ennesima nuova autrice di un cinema francese che vive uno stato di salute scoppiettante.

 

 

AMERICAN HONEY di Andrea Arnold

 

“Shitty, bitchy, punky, werdy, sexy, loosy, freaky, kitchy, shorty, lifey…’
Un “Mommy” meno sognante ed emotivamente deflagrante ma più stringente alla realtà che racconta, fatta di una poetica terra terra, semplice ma vera e intensa, sottolineata dalla camera della Arnold che come suo solito in certi frangenti sembra essere dentro la vita e affianco al cuore ma che si perde anche in rivoli di banalità e inconcludenze che sono però specchio perfetto della disperata vacuitá esistenziale che anima i suoi personaggi. Prendere o lasciare, come quelle persone che ti fanno stare benissimo e sentire vivo come mai prima ma che sai potranno darti solo sporadici emozioni forti tra un mare di delusioni e vuoti. Un cinema bello perché viscerale e onesto che anima un film che è come uno “Spring Breakers” girato alla maniera di Xavier Dolan ma che ha in sé molta della sempre crescente personalità della sua autrice, la quale però rifuge quadratura, sintesi e compiutezza in virtù di un’intensitá emotiva ed estetica in cui bisogna star dentro o odiarla. Guardare i suoi film è sempre maledettamente interessante quanto sfiancante ma vivaddio.

 

 

KUBO AND THE TWO STRINGS di Travis Knight

 

Un gioiello con dentro la poesia e l’azione, l’intrattenimento e la tenerezza ed una capacità rarissima per gli occidentali di trattare cose e stili orientali con garbo, rispetto e cognizione di causa e attraverso un immaginario estetico tanto identitario quanto ispirato e narrativamente funzionale, veicolare un meta testo semplice ma potente che è il racconto stesso, capace con la sua forza, diffusione e finanche mutabilitá di perpetrare la memoria. Un grandissimo film.

 

 

HUNT FOR THE WILDERPEOPLE di Taika Waititi

 

Be majestical, be gangsta, live in a skux life and Wes Anderson ciucciagli il calzino.

 

 

REMEMBER di Atom Egoyan

 

Eccellente. Atom Egoyan si era un po’ smarrito negli ultimi anni, perso nel tentativo di creare una propria via al thriller drammatico, film caratterizzati da grande eleganza formale ma spesso attorcigliati in sceneggiature tanto dense quanto poco ispirate. Con questo “Remember”  asciuga lo stile e percorre la via di un’essenzialita classica, quasi hitchcockiana, un piglio compassato ma cadenzato e ritmato come le splendide suite di pianoforte che contrappuntano una storia di vendetta senile fatta di drammi e dolori sepolti nel tempo. Un cinema in cui ogni dettaglio audiovisivo ha un senso ed una posizione all’interno di una grammatica cinematografica rigorosa ed impeccabile. Un piccolo grande film.

 

 

KRISHA di Trey Edward Shults

 

Una robina genuinamente cassavetiana e altmaniana capace di farti venire un’emicrania dopo 10 minuti ed una nevrosi soffocata solo da malinconia e rassegnazione quando finisce. Momenti in cui vorresti urlare e prendere a schiaffi qualcuno misti ad altri in cui potresti andare a farti un thé senza praticamente guastare l’economia della visione. La vita di gente semplice e normalmente noiosa, frustrata ma in fondo abituata che scorre in pacifica disarmonia. Il tutto senza sostanzialmente far nulla se non catapultarti tra tacchini imbottiti, cani che rompono le balle e gente, tanta gente sull’orlo di una nevrosi da ritrovo di famiglia. Come se quel prodigio misconosciuto di “Rachel Getting Married” di Jonathan Demme fosse innestato dell’Altman di cui sopra e litigasse ad alta voce con quell’altro gioiellino dimenticato di “Home For The Holidays” di Jodie Forster con Cassavetes a far da aizza folle.
Bello l’uso nevrotico delle musiche e non banali alcune trovate di regia dotate di un dinamismo pieno di senso. Con molta probabilità uno dei migliori esordi americani visti di recente, anche se non soprattutto perché pur potendoselo permettere non cede mai all’accademia o al virtuosismo gratuito (anche se questa storia dei cambi di formato dell’immagine, pur se con un senso alla base, sta prendendo la mano a parecchi e ora anche basta).

 

 

EN MAN SOM HETER OVE di Hannes Holm

 

Adorabile nella sua comica tristezza. Uno dei film con la migliore lenta e placida strutturazione di un personaggio vista di recente. Una vita semplice e apparentemente monotona piena di ogni sorta di intensa sfumatura emotiva. “En man som heter Ove” è cinema sentimentale ma di uomini e sentimenti parla sapendo maledettamente cosa dire e come farlo. Davvero molto bello. Se mai uscirà in Italia fatelo vedere a quelli a cui tenete perché fa bene al cuore. E guai a voi se passate con l’auto sul vialetto!

 

 

BAAHUBALI: THE BEGINING di S.S. Rajamouli

 

Semplicemente straordinario. Livelli di lirismo visivo non misurabili, assolutamente fuori scala, epica galoppante ad ogni fotogramma, una prosopopea senza freni. La migliore declinazione possibile del pacchiano, cinema cartonato a briglie sciolte, d’altri tempi, privo di ogni inibizione e remora. Adorabile nella sua fiera ed assoluta rivendicazione di identità. Liberatevi dai preconcetti e dalla spocchia intellettuale e tuffatevi con leggerezza in questo assoluto capolavoro di un’idea del fare cinema unica e non riproducibile.

 

 

THE MERMAID di Stephen Chow

 

Mamma santa che spasso. L’unico difetto di The Mermaid è che gli altri film di Stephen Chow sono meglio, ciò detto non mancano momenti di rara ispirazione e personalità propri di un cinema di sconcertante e rincuorante vitalità, pur nei solchi di un’opera farsesca, tra il volutamente plasticoso ed il cartonato e senz’altro minore nella cinematografia di quello che è uno dei più significativi cineasti in attività, capace di sbancare il box office con un prodotto che nella sua natura d’assoluto intrattenimento racchiude un forte messaggio ecologista ed una feroce critica al futile accumulo di capitali che caratterizza la contemporaneità cinese.

 

 

HORSE MONEY di Pedro Costa

 

Oltre il Cinema, oltre il racconto. Un testamento. La silente e dolente frontiera d’una immagine pura ed assoluta che rivendica la propria esistenza nell’atto stesso dello sparire, del non essere più. Fenditure di luci calde nel buio avvolgente. Linee di fuga a suggellare la staticità. La presenza che diviene tale solo nella presa di coscienza dell’assenza del sé.
“Tu non hai un destino né un orizzonte. Non hai e non sei”.
Un indicibile capolavoro.

 

 

MAGICAL GIRL di Carlos Vermut

 

Cinema maniaco ossessivo compulsivo. Il film più affascinante e seducente visto negli ultimi anni.

 

 

THE WITCH di Robert Eggers

 

Quanta straniante bellezza che si insinua strisciando e graffiando, al suono angosciante di sussurri in frantumi e grida rotte e disperate. Il terrore nell’ombra e l’ombra nel cuore.
Magnifico.

 

 

MAN FROM RENO di David Boyes

 

Neo-noir dal ritmo lento e compassato ed atmosfere dilatate, scrittura essenziale ma personale, colma di mistero, bizzarria ed un duo di protagonisti tanto sui generis quanto efficaci. Risente purtroppo di un’estetica didascalica che denota una certa povertà di mezzi seppure qui e lì ci sia un gusto nella composizione dell’inquadratura per nulla banale. In mano ad una produzione più solida questa è gente che potrebbe fare belle cose, considerato che quello di “Man From Reno” è uno dei migliori soggetti cinematografici di taglio noir visti di recente.

 

 

I’M NOT A SERIAL KILLER di Billy O’Brien

 

L’anello di congiunzione tra “Donnie Darko” e “Stranger Things” ma con di suo maturità ed inquietudine ed un efficacissimo gioco delle parti che si contrappongono ed annullano. Il demone della dissociazione che si alimenta della normalità da cui è escluso senza riuscire però a trovare pace e che ha i tratti gentili ma dolenti della vecchiaia e per contraltare un angosciato ed irrisolto elemento nel pieno della scoperta di sé, arido e distante perché in divenire. Uno scontro generazionale che si tramuta in una sfida alla piena realizzazione nella comune distanza da un mondo a cui non si appartiene. Un piccolo grande film con lievi ed opportuni contorni da graphic novel e densità e tensione di un racconto di Stephen King. Filmato in un bellissimo e funzionale 16mm che cattura la placida e decadente routine della provincia americana e di chi la popola. Straordinario Christopher Loyd e molto promettente Max Records, il fu bambino di “Where The Wild Things Are”. Cinema di genere che nei suoi solchi forma una propria cifra autoriale e si eleva.

 

 

MILES AHEAD di Don Cheadle

 

“…se devi raccontare una storia non raccontarla e basta, mettici della cazzo di attitudine maledizione”. L’incipit contiene in sé tutta l’essenza di questo film insospettabile ed imprevedibile e Don Cheadle ce la mette l’attitudine, oh se ce la mette, la sua è una storia presa a pugni in faccia, malmenata e strattonata, al punto da farla uscire sudata e sanguinante oltre che balbettante. Una maniera coraggiosa, vitale e nervosa di raccontare l’umore e l’attitudine anziché la vera storia del più grande musicista del ‘900. Un’opera prima furiosa e trascinante a cui si perdonano scivoloni e banalità in una vicenda principale tutto sommato non trascendentale perché accessoria, che ha nella sua forma elettrificata ed aggressiva l’omaggio più appassionato e coerente possibile all’arte e al carattere del suo protagonista. Quando la forma è il contenuto ed il suono racconta da solo quel che deve.
Un non-biopic che segue il tracciato di un trip lisergico in odore di New Hollywood, con echi alla Robert Altman e spigolature blaxploitation. Una narrativa che ha il suo fulcro negli stacchi di montaggio molto più che nel fluire e si realizza pienamente in una sequenza madre memorabile che è la cosa più funk e jazz si sia vista al cinema da decenni.
“…perché è una questione di attitudine” (cit.)

 

 

THREE di Jhonnie To

 

Non ero così stimolato e incuriosito nel tentativo di comprendere un intreccio cinematografico dai tempi di “Accident” di Soi Cheng, film con cui questo “Three” condivide degli elementi stilistici e concettuali, al di là delle molte persone coinvolte a vario titolo in entrambi. Una vera bombetta che sono convinto ad una seconda e più consapevole visione mi si rivelerá maggiormente e finirà per piacermi di più ma già così è a mio avviso con “Drug War” il miglior Johnnie To da diversi anni a questa parte. Peccato solo per la fotografia dai toni caldi e pastellati francamente inguardabile, anche se certi colori nel loro essere evidenziati hanno una precisa motivazione, e per l’eccesso di slow motion finale che ha però un suo preciso senso nonché una plasticità efficacissima. A ben vedere però il fatto che i due elementi più personali e caratterizzati, al punto da non piacere, siano anche i più funzionali da l’esatta misura dello spessore dell’opera. Ammirevole  inoltre come si sia riusciti a concentrare tutto in 84 minuti e realizzare comunque un vero gioiellino di tecnica e narrazione, con un gusto che occasionalmente vira sul grottesco a donare specificità. Devo assolutamente rivederlo.

 

 

TRAIN TO BUSAN di Yeon Sang-Ho

 

Il World War Z coreano, con la differenza che quello era fiacchissimo e sotto l’effettistica magniloquente non aveva nulla e questo invece è una bomba e c’ha pure l’effettistica figa. Parte subito, si concede giusto qualche minuto per dirci che i due protagonisti principali sono pieni di problemi e poi spara a pallettoni senza stare troppo a menarsela e soprattutto senza sosta ma con una gestione ed un bilanciamento di esplosioni d’azione e pause che è assai efficace perché in grado di alternare in alcuni casi anche le une dentro le altre, andando a costruire un ritmo impeccabile, cosa che per un film coreano è un mezzo miracolo. Teso, coeso, poggiato tutto sul sapiente utilizzo degli spazi angusti e limitati, senza però rinunciare a riuscitissime scene di massa. Al di là della genialità produttiva e logistica di ambientarlo quasi tutto nel treno c’è lungo tutto l’arco del film la dimostrazione continua di come spendere al meglio possibile tutti soldi a disposizione, costruendo ogni sequenza come fosse determinante, andando ad inventarsi piccole soluzioni tecniche e visive per restituire un intrattenimento pieno ed appagante. Cinema di genere e consumo duro e puro senza alcuna velleità autoriale che si sforza di fare qualcosa di semplice al meglio possibile e ci riesce dannatamente bene, senza preoccuparsi di inventare nulla o perdersi in eccessi di personalità, solo col desiderio di lasciare lo spettatore senza fiato.
Sorprendente che sia diretto dall’autore di The Fake, assoluto capolavoro d’animazione ed uno dei film più dolenti e disperati mai visti, qui tra l’altro all’esordio in un live action. Da segnalare come i personaggi siano tutti mediamente cazzuti, intelligenti e senza la benché minima voglia di mollare e piangersi addosso. Memorabile la coppia di sposi con lei incinta e lui lottatore burbero che regala cazzotti agli zombie in totale scioltezza.
Disperazione e dolore ci sono a pacchi da un quintale anche qui, la sua è propria una cifra stilistica: sofferenza a palate.

 

 

I AM A HERO di Shinsuke Sato

 

La ridefinizione di un genere ma non un genere qualsiasi, il più stantio, asfittico, abusato ed insopportabile dei generi: lo zombie movie. 2 ore di ritmo serrato a colpi di situazioni da mascella per terra, adrenalina dispensata endovena, bizzarria multiforme, trovate continue e gore a secchiate, con tante di quelle singole ed efficaci idee da farci 7 stagioni di serie tv (ogni riferimento è puramente voluto). Ad inframmezzare il tutto brevi e ben congegnate pause riflessive tra il tenero, il divertente ed il completamente folle e quando credi che il film stia rallentando eccolo ripartire a tavoletta con svolte inattese e capovolgimenti continui, esasperando e mettendo in fila tutte le situazioni più tipiche del genere senza nessuna soluzione di continuità, in una tendenza all’accumulo dosata perché ritmata, per nulla auto referenziale perché divertita. Che il tutto sia girato, montato e fotografato divinamente è quasi accessorio.
Lunga vita agli Zombie! Chi l’avrebbe mai detto…

 

 

SAN JUNIPERO (episodio della 3a stagione di Black Mirror) di Charlie Broker e Owen Harris

 

D’ora in poi chiunque avesse voglia di lasciarsi sedurre dall’ipotesi di una qualche operazione nostalgia e lasciarsi andare alla appagante ed emozionante, quanto vuota ed autoreferenziale, retromania dilagante, dovrà pensarci molto bene e al fine fare l’unica cosa sensata: desistere. “San Junipero” è la più acuta, toccante e brillante riflessione critica intorno al più significativo e diffuso tema dell’intrattenimento contemporaneo: la nostalgia. Una riflessione che scorre attraverso il più classico degli snodi narrativi: una storia d’amore. Una storia senza tempo, luogo e spazio, la più universale delle storie, eterna perché pura, intensa perché priva delle più elementari barriere. Cercate di vedere questo episodio sapendone il meno possibile, nulla più del troppo che vi ho già detto, e vi troverete per le mani una riflessione feroce ma dai toni delicati sulla tendenza a rigufiarsi nel passato e nelle comfort zone personali anziché esplorare o abbandonarsi, qualunque sia l’esito, finanche il più drammatico ed irreversibile. Il suo finale finto lieto è una bordata che ha una potenza semantica devastante, un pugno diretto in faccia allo spettatore che non si rende conto di come sia tutto un arrendersi alle proprie debolezze, una dichiarazione di sconfitta nelle forme di un happy ending in cui sono racchiusi tutta la rassegnazione e l’adagiarsi di un’attitudine all’esistenza dominante nella contemporaneità.

 

 

 

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4 gennaio 2017
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