MEGANAI | YOUNG FATHERS | White Men Are Black Men Too
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YOUNG FATHERS | White Men Are Black Men Too

15 aprile 2015
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young fathers white men are black men too cover

Ad ognuno di noi sarà capitato, almeno una volta, di provare un misto di fascinazione ed invidia per quei ragazzi che a scuola stavano in disparte, lontano da tutto e tutti, antipatici, scorbutici, fieri della loro diversità, i perdenti di una gara in cui gareggiavano tutti ma in cui nessuno ha mai saputo cosa si vincesse davvero. Ad ognuno di noi sarà capitato, almeno una volta, di pensare che in quella solitudine, in quello stare ai margini, ci fosse un segreto celato, una sconfitta più sensuale ed intensa di qualsiasi vittoria. A qualcuno di noi sarà anche capitato di essere uno di quegli scorbutici, antipatici e aggiungeteci tanti altri epiteti offensivi.
Gli Young Fathers sono giovani, per l’appunto, ma si portano dentro e dietro un bel po’ di storie oltre che un bell’intruglio di sangue nelle vene e vari colori sulla pelle. Gli Young Fathers sono scozzesi e sono anche un mucchio di altre cose. Agli Young Fathers non importa (quasi) di nulla, soprattutto di quello che si possa pensare o dire di loro. Una cosa gli sta a cuore: afferrarlo questo cuore, tenendolo ben saldo e stretto in mano, e lanciarlo con forza dritto in faccia all’ascoltatore, assieme ad un bel po’ di bile e sudore.
Se non volete litigare con gli Young Fathers forse sarebbe meglio non parlarci, se non volete avere risposte al vetriolo forse sarebbe meglio non fargli domande, se volete essere rassicurati e cullati dovreste assolutamente dirigere le vostre orecchie altrove.

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Sono apparsi qualche anno fa con dei mixtape che hanno acceso subito l’interesse di molti. Talento immenso, tante idee gettate in un calderone informe, futuro potenzialmente radioso. Un futuro concretizzatosi con un disco d’esordio intitolato “morte”(Dead Anticon/Big Dada, 2014) in cui sembrava di sentire gli Anti Pop Consortium ubriachi, ma tutto sommato presi bene, giocare alla playstation con King Krule e Mike Skinner durante un party in cui ballano tutti, anche loro sul divano mentre giocano. Un bel disco, più in alcuni singoli passaggi che nell’insieme, un disco che gli è valso, un po’ a sorpresa, la vittoria di una delle edizione qualitativamente più alte nella storia del sempre pregevole Mercury Prize. Tornano ora dopo appena un anno ed è subito polemica, come se non fosse bastata quella generata al ritiro del suddetto premio in cui offesero i più e non salutarono i restanti. Il titolo del nuovo disco è White Men Are Black Men Too (Big Dada, 2015) roba da fargli litigare perfino con il proprio manager che voleva evitarsi le inevitabili rogne e gogne mediatiche ma loro no, loro lo scontro lo cercano, lo inseguono, a loro non importa nulla di far contento qualcuno, loro vogliono smuovere qualcuno e poco importa se per farlo tocca farsi dei nemici.
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Con un caratterino del genere e le storie che si portano dietro la loro musica non può che essere quello che è, un gran casino. White Men Are Black People Too non è altri che il precedente Dead che, una volta finito il party di cui sopra, si ritira verso casa con l’inevitabile dopo sbornia con cui dover fare i conti ed i mille pensieri, tra il malinconico ed il riottoso, che affollano la mente di chi si è preso diverse pinte di vantaggio dal resto del mondo.
Negli Stati Uniti, in questi tempi, c’è chi prova a ridefinire le regole del mercato discografico morente, in UK invece c’è chi riscrive nei fatti le regole del fare pop music.King Crule, FKA Twigs e gli Young Fathers non sono altro che facce diverse di un meticciato personale, prima ancora che culturale, che è tale perché nella normalità dell’approccio alla vita di tutti i giorni, non frutto di una precisa scelta artistica. White Men Are Black People too è un disco prodotto male, suonato peggio e praticamente non mixato e con il cantato che a tratti sembra esser stato registrato in una delle stanze del party di cui sopra. Un disco punk nell’attitudine più che nei suoni, con cuore ed intensità da poterli vendere al mercato per settimane, qualunque mercato, che sia un souk o un pakistano dell’East London. Suoni mescolati, shakerati, bevuti e risputati fuori, un rantolare unico e personale, musica politica nel raccontare la straordinaria normalità di chi non guarda più in là dei prossimi 30 minuti ma non dimentica nulla di quanto accaduto prima. Gli Young Fathers restano senza una direzione precisa, irrisolti, inconcludenti, spaesati persino di fronte a loro stessi, irrimediabilmente ed amabilmente anarchici, insofferenti a tutto e tutti, con un magone sempre presente sulla punta di ogni accenno di sorriso eppure con una vibrazione ed una tensione continua, costante e riconoscibile. La traduzione musicale di un modo di vivere l’esistenza e per questo assolutamente imprescindibili.
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